Progettazione e Architettura

Patto anti-crisi tra (giovani) architetti e imprese. Con i concorsi si punta ad anticipare il mercato

Paola Pierotti

Costruttori e progettisti si dividono i rischi e le responsabilità, sperimentano tipologie compositive e soluzioni costruttive, investono sul progetto innovativo e vendibile. Intervista ai giovani Ance

A Bassano del Grappa l'impresa Carron (con il Fondo Numeria) è stata promotrice dell'iniziativa «Tre progetti per Bassano» che ha messo in competizione tre studi di architettura per ridisegnare un'area urbana (dove c'era un progetto di Paolo Portoghesi non apprezzato dalla cittadinanza). A Bergamo Confindustria con gli Ordini professionali e Ance hanno premiato la scorsa settimana il progetto architettonico vincitore dell'iniziativa «Riusindustriali» mirato a riqualificare tre aree abbandonate della provincia. Sono numerosi i costruttori quarantenni (soprattutto al Nord) che hanno attivato o sono pronti a promuovere competizioni ristrette a 3-4 progettisti per cercare le migliori soluzioni progettuali possibili per iniziare nuove operazioni immobiliari.

Le numerose iniziative di partnership che legano architetti e costruttori, attraverso le voci dei presidenti, Leopoldo Freyrie e Paolo Buzzetti, non sono manifesti culturali o politici. Il legame progettisti-imprese si è rafforzato in questi ultimi anni «partendo più dalla base che dalle teste – dice Simona Leggeri –. Nella provincia di Bergamo, come costruttori, abbiamo organizzato numerosi incontri formativi per trasferire agli architetti conoscenze utili per stare in cantiere (temi tecnici, sicurezza, cantieristica). Alcuni imprenditori hanno promosso dei concorsi di architettura. Sempre nella nostra provincia è stata indetta una prima iniziativa legata al riuso di tre aree industriali dismesse (per conto di altrettanti imprenditori) chiedendo soluzioni alternative alla demolizione e ricostruzione (http://riusindustriali2012.com )».

Se la Leggeri sotto la direzione del padre aveva lavorato con architetti noti come Mario Botta o Luigi Snozzi, oggi l'impresa lombarda sta lavorando anche con un team di progettazione interna «per testare materiali nuovi, per poter portare innovazione ma con un occhio sempre attento ai costi. Elaborando progetti in house – dice Simona Leggeri (che è architetto) – riusciamo a vendere un prodotto sempre nuovo: un lavoro sartoriale che è quello che oggi chiede il mercato».
La nuova generazione di costruttori sembra avere più coraggio nell'investire nei progettisti coetanei. «Con la nostra impresa Thema Costruzioni abbiamo partecipato al concorso Housing Context indetto a Milano l'anno scorso: mio padre – racconta Gabriele Bosio – ha portato avanti un progetto con uno studio di architettura più tradizionale, io ho sviluppato un secondo progetto con i giovani architetti di Lpzr. Evidentemente i giovani sono più curiosi – dice Bosio – riescono a far fruttare anche nei dettagli la conoscenza magari acquisita all'estero con programmi come Erasmus o Leonardo. Anche con piccole intuizioni danno quelle risposte che l'imprenditore cerca». Se Bosio dovesse dare un consiglio agli architetti li invita a «non trascurare l'aspetto relazionale. Se sono molto forti della capacità creativa – dice – forse devono lavorare sulla relazione con gli imprenditori, con chi ha in mano il progetto e lo deve vendere».

I rischi della partnership
. Paola Carron dell'omonima impresa veneta spiega che quando va a caccia di studi cerca progettisti che si sappiano assumere il rischio dell'operazione, «architetti che sappiano garantire i tempi, che collaborino per costruire bene spendendo bene, ma anche che sappiano competere, ovvero nelle gare si assumano i costi fissi e anche quelli di rischio», per Bosio invece «il rischio è per natura a carico dell'imprenditore. Il professionista deve essere guidato dal costruttore, e dal dialogo con il committente deve uscire il miglior progetto». «Se l'operazione va male – dice Paolo Bettoni della Cbd Costruzioni – dipende dall'impresa che ha scelto il progetto sbagliato». C'è molto realismo tra gli imprenditori: un'assunzione di responsabilità che fa capire che ci si sta impegnando davvero per puntare sulle eccellenze. «I tempi delle quantità sono finiti – ha aggiunto Bettoni – ciascuno deve fare il proprio mestiere e non ci possono essere sovrapposizioni tra architetti e costruttori, tra geometri e imprese. Al cambiare della vita sociale, delle rinnovate domande del mercato, devono corrispondere progetti innovativi e vendibili». Un esempio che portano i costruttori, oggi la domanda residenziale si è concentrata su due filoni: le case low cost, il cosiddetto social housing con spese di manutenzione ridotte al minimo e il residenziale di lusso, per pochi. La casa per la classe media non è più richiesta. Constatazioni essenziali che hanno imposto un cambio di strategia e di investimento agli imprenditori immobiliari e ai costruttori che si trovano ad avere molti edifici invenduti e che devono riorganizzarsi per strutturare investimenti futuri.

Scambio di lezioni tra architetti e costruttori
. Il mercato delle costruzioni è in continua evoluzione. Il rapporto antagonistico tra imprese e progettisti è andato attenuandosi: i costruttori chiedono agli architetti risposte puntuali e corrette per poter vendere meglio i propri prodotti (assumendosi il rischio della novità); gli architetti d'altra parte imparano a dialogare in una squadra dove ai progettisti non si chiede solo di parlare di linguaggio compositivo. «Oggi gli architetti devono dare un contributo importante in termini di strategia commerciale. Lavorando con il Consorzio Abitare Futuro (www.consorziocostruirefuturo.it ) – racconta Giancarlo Floridi, Onsitestudio – ci siamo confrontati con le economie della produzione. Ridurre progressivamente i costi implica una riflessione progettuale focalizzata sulla sola struttura. Se l'ossessione per i temi della sostenibilità e del contenimento dei costi – aggiunge Floridi – per i costruttori è un problema di numeri e di fisica, per i progettisti la risposta sta nel disegno dello spazio, nella forza del progetto più che nella scelta del materiale, come spesso sembra».
Le costruzioni di qualità non possono essere che il frutto di un percorso condiviso. «Ci lamentiamo che le nostre città sono brutte. Noi costruttori siamo presi di mira, ma se qualcuno costruisce sicuramente c'è chi progetta» puntualizza Simona Leggeri. «La burocrazia è sicuramente un nodo critico: non aiuta la buona progettazione – dice l'architetto lombardo dell'omonima impresa –. Va considerato anche che se un progetto si vede realizzato in media in 4-5 anni, il tecnico deve essere pronto a trasformarlo in corso d'opera, a renderlo vendibile e sostenibile». Sembra finito il tempo per gli architetti-signori e «maestri». La giovane generazione di costruttori cerca progettisti capaci di gestire le esigenze della committenza, curiosi e capaci di sperimentare. «La qualità – dice la stessa Leggeri – non si misura solo con la classe energetica di un edificio».


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