Progettazione e Architettura

«Mercato debole e poca cultura della contemporaneità: ecco perchè gli architetti italiani fuggono all'estero»

Giovanni Damiani

L'architetto Giovanni Damiani, triestino, interviene nel dibattito sui «cervelli in fuga» nel mondo dell'architettura: ecco i motivi per cui l'Italia non riesce a trattenere i talenti migliori

Assistiamo sempre più al fenomeno di italiani che vanno a lavorare all'estero nel settore dell'architettura (si legga il servizio pubblicato su Progetti e Concorsi ) e sta diventando vulgata comune che per molti giovani architetti italiani questa sia pressoché l'unica speranza di trovare un lavoro qualificato nel campo. Sinceramente l'affermazione, oltre che eccessiva, appare viziata da una certa «lamentite» che sta prendendo ampie fette della nostra società e che si sposa male con l'idea di intraprendere un percorso professionale autonomo che non può che basarsi su una cultura di impresa.
In un mondo che si è fatto globale è del tutto normale che ci sia mobilità e in un ottica di Europa unita appare del tutto fuoriluogo immaginare un giovane professionista che trova un impiego o una collaborazione professionale in Francia piuttosto che in Finlandia come un immigrante che deve partire con la sua valigia di cartone.
Al contempo è necessario osservare attentamente alcuni fenomeni che indicano una serie di differenze sostanziali della pratica professionale italiana con altri paesi europei che rendono interessante per i giovani italiani andare all'estero, mentre si è quasi fermato il fenomeno contrario, una volta molto in voga. Le concause sono molteplici, ma proveremo a racchiuderle in tre filoni.

Il primo è il mercato, perché è indubbio che la crisi globale ha cambiato molte regole del gioco e il numero enorme di architetti che il nostro paese non ha mai smesso di immettere sul mercato, sommato poi all'anomalia di lasciar firmare progetti a molte altre categorie, non è algebricamente sostenibile sul nostro territorio. Uniamo questo numero ingestibile alla tradizione di avere studi e imprese mediamente piccoli, ovvero un formato oggi debole rispetto alla specializzazione richiesta dal lavoro e molto esposto a subire l'altalena dei mercati finanziari e la mancanza di credito bancario e potremmo ben vedere come attivarsi sin da ora in una riforma culturale delle professioni legate all'architettura appare una cosa molto sensata e urgente, visto che questo mutamento di condizione appare strutturale ed irreversibile.
È un dato inconfutabile che mentre in molti paesi si è costruita una cultura condivisa della qualità architettonica, in Italia questo passaggio è stato travolto dalla crisi, una condizione che notoriamente non aiuta a spingere sull'innovazione. Il che determina che per i giovani studi, senza paracaduti, senza un sistema di concorsi consolidato, senza incentivazioni a fare ricerca si sono trovati nel mezzo di un guado dai contorni foschi, mentre in molti paesi si beneficia di un consolidato sistema di supporto alle imprese creative e di iniziative che offrono occasioni di inserimento in un mercato. Condizione che va letta assieme alla riforma del sistema universitario che ha di fatto privato gli under 40 delle potenziali risorse economiche oltre che culturali dell'insegnamento visto che non ci sono soldi per pagare normalmente l'attività didattica o formulare inviti, scambi e ricerche che invece in moltissimi paesi è strumento utilissimo a supporto di molti studi giovani che possono quindi stoccare risorse in ricerca e nel far crescere il mercato complessivo.

Il secondo aspetto, solo in parte correlato alla congiuntura del mercato, è l'organizzazione del lavoro perché non è difficile notare come il sistema Italia sia costruito in questo settore in un pulviscolo di piccoli studi che lavorano con piccole imprese su progetti sostanzialmente di piccola taglia. È nella storia del nostro Paese e ha generato anche molte ricchezze, culturali ed economiche, ma questo modello si sta sostanzialmente rivelando molto poco adatto a misurarsi con un mercato globale dove il piccolo non riesce a reggere. Quanti sono i grandi studi oggi in Italia? Sostanzialmente molto pochi e quasi nulla è la crescita degli studi che funzionano questo perché per reggere in Italia crescere è pericolosissimo e per nulla aiutato, anche se sarebbe spesso l'unico modo per poter accedere ad altri mercati ed uscire da un localismo che ha prospettive declinanti. Gli studi non crescendo non trovano conveniente investire nell'organizzazione del lavoro e questo rende difficile poi collaborare con strutture più grandi e/o stranieri dove la macchina dello studio invece ha già dovuto trovare uno standard di efficienza elevato, nel classico gatto che si morde la coda anche tenendo conto del potere nulla di lobbing che strutture così piccole riescono ad esprimere rispetto a delle scelte di qualità che, paradossalmente, sarebbero la loro salvezza. Questo determina che negli studi italiani sostanzialmente non si può fare carriera all'interno, per cui la prospettiva è di fare pratica sino al momento che si ha l'occasione di divenire l'ennesimo piccolo studio in caccia di piccoli lavori. Questo blocca il rientro di molte persone che hanno all'estero una qualifica di alto profilo e possono ambire a retribuzioni significative e che oggi potrebbero essere grandissime risorse per il sistema Italia, ma spesso che non trovano un collocamento analogo possibile.

Il terzo aspetto è quello che condisce e lega gli altri due, ovvero la scarsissima cultura della contemporaneità che l'Italia oggi esprime.
Non lo fa la politica, non l'Università, fatica a farlo l'Impresa lasciata sola dalle Istituzioni che in questo molto potrebbero aiutare. Il risultato è che si abbassa sempre il livello della domanda perché questo permette la sopravvivenza delle piccole realtà locali che però non sono in grado di fare qualità e quindi di produrre esempi capaci di far poi capire i vantaggi economici e sociali di un miglior disegno del territorio e della produzione edilizia.
Arcistufi di sentire dire che in Italia non si possa fare nulla, cosa palesemente non vera, non si può non riscontrare che però ci siano delle condizioni molto complesse che rendono poco competitivo chi voglia focalizzare il proprio target sulla qualità. Così facendo si riescono ancora a vedere dei singoli, che eroicamente producono eccellenza, ma non sembriamo più in grado di formare sistemi più complessi e quadri intermedi che siano vera cinghia di trasmissione per un cambiamento del sistema che generi veri benefici su nodi strategici come il paesaggio, la tutela del territorio, una nuova generazione di infrastrutture e di edifici che segnino culturalmente un tempo nuovo.


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