Progettazione e Architettura

Kuma: «Per Susa un modello giapponese al contrario: non solo infrastrutture, la stazione diventa centro di aggregazione»

Alessia Tripodi

In un'intervista esclusiva a Progetti e Concorsi l'archistar giapponese racconta la storia dell'idea vincente che ha sbaragliato tutti i concorrenti

«In Giappone le stazioni per i treni ad alta velocità sono infrastrutture prive di spazi per la comunità e completamente separate dal luogo in cui sorgono. Un errore dal quale è nata l'intuizione per Susa: un progetto dove non ci fosse alcuna separazione tra struttura e comunità circostante».
Così racconta Kengo Kuma, l'archistar giapponese vincitore del concorso internazionale per la nuova stazione sulla linea Torino-Lione, i cui cantieri dovrebbero partire nel 2014. Kuma, a Roma per partecipare a Ecoweek 2012 - l'evento internazionale dedicato a sostenibilità e green design - in un'intervista esclusiva ha raccontato la «nascita» del progetto vincente, ma ha anche parlato di riqualificazione del costruito, del rapporto tra ambiente e architettura, di ricostruzione post terremoto. Suggerendo la «ricetta giapponese» per un rebuilding sostenibile.

Il suo progetto per Susa ha trionfato all'unanimità su ben 49 cordate partecipanti. Quali sono le ragioni di questo successo?

Quella di Susa è un'opera molto interessante, perchè non è solamente una stazione ferroviaria, ma un vero e proprio centro di aggregazione per la comunità, molto importante per la regione. Un luogo dove la struttura è armonicamente integrata con il territorio circostante: il profilo della nuova costruzione è pensato infatti per adattarsi perfettamente alle montagne circostanti. E l'integrazione avverrà anche attraverso i materiali: voglio usare il più possibile materiali locali, tipici della valle.

Un concetto di integrazione che si ritrova anche nel suo masterplan per la rigenerazione dell'ex Manifattura Tabacchi di Rovereto con Arup e Carlo Ratti
Sì, anche quello di Rovereto è un progetto su come connettere il nuovo distretto tecnologico con la comunità. Il «link» sarà rappresentato dal tetto, un roof garden in cima alla struttura, che sarà accessibile a tutti e che costituirà un vero e proprio punto di connessione tra la costruzione e la città di Rovereto.

Riqualificazione del costruito e dei centri storici, low cost e sostenibilità sono i temi al centro del dibattito in Italia: qual è la ricetta giapponese?
In Giappone la riqualificazione e il restauro sono costanti. Le case sono costruite in modo da poter aggiungere o togliere spazi ed elementi in qualsiasi momento: nella casa in cui sono cresciuto, per esempio, mio padre aggiunge qualcosa ogni anno, e questa flessibilità è possibile grazie all'uso del legno. Anche nella Manifattura Tabacchi a Rovereto la struttura del nuovo edificio sarà costruita con legno locale, così da rendere l'opera estremamente flessibile e modificabile per nuove e successive funzioni. Il legno è un materiale ideale per un design sostenibile, anche perchè favorisce la naturale circolazione dell'aria negli spazi, contribuisce a ridurre le emissioni di Co2 e, non ultimo, permette di riattivare l'industria di produzione locale.

Parliamo di ricostruzione post terremoto, esperienza che negli ultimi anni ha accomunato Italia e Giappone: a quali principi dovrebbe ispirarsi?
E' un discorso complesso, ma in generale penso che quando si parla di ricostruzione bisogna abbandonare il fondamentalismo e puntare sullla flessibilità, perchè le situazioni sono diverse da luogo a luogo e i disastri naturali si ripresentano sempre. Quindi nel caso di terremoto, per esempio, si può riscostruire nello stesso luogo puntando su una struttura capace di resistere a nuovi episodi; ma se parliamo di tsunami non c'è costruzione forte che tenga, l'unica soluzione è realizzare qualcosa lontano dall'oceano.
In Giappone dopo il terremoto la situazione era pessima, con un Governo che non poteva decidere nulla, tantomeno un masterplan per gli interventi. Sono stati gli studenti di architettura e i giovani artisti a gestire la ricostruzione da soli, visitando le città e parlando con le persone. Ecco, credo che nel ventesimo secolo il masterplanning dovrebbe seguire proprio questi percorsi e venire dal basso, dalla gente, invece che dall'alto.


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