Progettazione e Architettura

Tra la città e il mare, pronto il nuovo museo d'arte di Oslo firmato Renzo Piano

Luigi Prestinenza Puglisi

La regina Sonja di Norvegia ha inaugurato il 27 settembre i nuovi edifici del museo di Arte contemporanea Astrup Fearnley, un'enorme "vela" sulla riva del fiordo di Oslo progettata dall'architetto italiano Renzo Piano.

Sotto un unico tetto di vetro inclinato il museo ospita una vasta collezione di arte moderna, accumulata negli anni da una fondazione creata dai discendenti dell'armatore Thomas Fearnley (1841-1927). Il museo (che si estende per una superficie complessiva di 7mila mq) è composto da due edifici separati da un piccolo canale, ospita opere di importanti artisti come l'americano Jeff Koons o l'inglese Damien Hirst.

Al costo di 700 milioni di corone (95 milioni di euro), il museo è stato finanziato da promotori immobiliari che hanno sviluppato il nuovo quartiere chic Tjuvholmen, non lontano dal centro città.

Con l'apertura del nuovo Tjuvhomen Art Museum, Renzo Piano tranquillizzerà i suoi numerosi ammiratori in crisi dopo il The Shard. The Shard, il gattacielo londinese anch'esso recentemente inaugurato può essere percepito come un'ennesima anche se felice opera di un architetto dello star system, un segno che si impone sullo skyline londinese a partire dalla sua forma e dalla gigantesca altezza. E ciò nonostante l'indubbia qualità del manufatto e tutti gli accorgimenti adottati: il ben progettato attacco a terra, la scelta di vetri non riflettenti e l'idea, in effetti solo parzialmente riuscita, di dividere in ideali schegge di cristallo il corpo piramidale del grattacielo (dal qui il nome shard, scheggia). Mentre il Tjuvholmen Art Museum mostra Piano al suo meglio: l'autore di un edificio perfettamente contestuale, in grado di riqualificare un frammento urbano perchè sa dialogare con con la città e la natura circostante, evitando i pericoli opposti dell' aggressività e della timidezza.

Quale è il segreto dell'edificio di Oslo? La mediazione degli opposti, cioè la capacità di far convivere istanze che da sole avrebbero prodotto un edificio forse anche più interessante, ma unilaterale.

A livello d'insieme spezzando il museo in tre distinti edifici ma poi ricomponendolo in uno, grazie al tetto vetrato. Il museo è una mediazione tra la città e il mare, tra orizzontalità e verticalità.

Non contrapposizione tra tecnologie low e high ma semmai umanizzazione della tecnica attraverso un immaginario radicato in ciascuno di noi.


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