Progettazione e Architettura

Ti meriti una carriera brillante? Allora scegli l'Asia o l'Africa

Paola Pierotti

Chi vuole sviluppare il proprio talento per raggiungere soddisfazioni professionali e anche economiche, spesso matura la decisione di espatriare. E non torna più

I lavoretti si trovano anche in Italia ma per avere davvero responsabilità per realizzare qualcosa di significativo bisogna andare fuori».
Enrico Moriello , urbanista di Olbia, 33 anni, si è trasferito da qualche mese a Kingali in Ruanda dove lavora per la società Surbana di Singapore.
«Da qui coordino l'ufficio locale del masterplan della città, se stessi in Italia – dice Moriello – sarei dietro una scrivania a lavorare per un capo ultra cinquanta-sessantenne senza la minima soddisfazione. Oltre al fatto che per fare urbanistica (quella vera dove progetti e vedi le cose "succedere") in Italia non c'è spazio né ci sono opportunità».

Architetti e ingegneri italiani trasferiti all'estero non parlano solo di «retribuzioni» più interessanti ma di «soddisfazioni», di «responsabilità», di «opportunità». Moriello ha lasciato l'Italia dopo aver lavorato per cinque anni al Cresme, occupandosi di ricerca per progetti in Italia e nei Balcani, e di cooperazione per un progetto Ue di pianificazione urbana tra Italia-Argentina-Cuba. Ma per crescere ha dovuto lasciare il nostro Paese. Moriello è andato all'estero con una società straniera. C'è anche chi oltre confine rappresenta le società italiane: è in Africa anche un altro ingegnere, Antonio Antonelli , 38 anni, da due anni responsabile della Proger Congo, società di ingegneria italiana.

«Ho studiato ingegneria civile, ho fatto l'Erasmus nel Regno Unito e da lì ho iniziato a costruire il mio profilo internazionale. Dopo la laurea sono tornato in Inghilterra dove avevo lasciato dei contatti – racconta Antonelli –. Ho lavorato in Arup occupandomi di infrastrutture e dopo alcuni anni sono tornato in Italia ma immediatamente ho intuito quanto era difficile intraprendere percorsi di crescita nel contesto nazionale». Il desiderio di misurarsi con mercati internazionali per Antonelli si è potuto realizzare attraverso una società italiana che negli ultimi anni ha investito nei Paesi emergenti. Per due anni in Kazakistan Antonelli è stato project manager per la progettazione di dettaglio di un maxitermovalorizzatore del valore di 10 milioni di dollari di ingegneria, per conto di Agip Kco.

«In Congo – spiega l'ingegnere – la Proger ha avuto in poco tempo una crescita esponenziale: oggi siamo arrivati ad acquisire un portfolio di lavori che supera i 100 milioni di dollari». Antonelli è un ingegnere under 40 protagonista di questo successo. «Sarebbe impensabile in Italia arrivare a questi traguardi. È necessario un cambio di cultura non solo aziendale, ma anche formativo e sociale. La Proger ad esempio – dice – ha rivisto le sue strategie ampliando il suo interesse anche a soggetti internazionali come Eni, Total e altre multinazionali, riuscendo a diversificarsi anche in altri settori come quello dell'oil&gas».

I giovani che hanno successo all'estero sono quelli con un curriculum solido, con una forte determinazione e iperflessibili. «I giovani devono costruire il proprio profilo sommando esperienze forti e devono essere pronti alla mobilità, ovunque. La conoscenza delle lingue e degli standard internazionali è basilare. Attraverso questo percorso – dice Antonelli – anche se ancora giovani riusciamo a rivestire posizioni di rilievo nell'ambito aziendale difficilmente raggiungibili nel nostro Paese». Per un futuro di successo ai giovani italiani «si richiede tanto sacrificio. Bisognerebbe anche ottimizzare gli anni e la qualità del percorso di laurea – dice Antonelli – per essere pronti per il mercato del lavoro in continua evoluzione e sempre più sfidante».

In Italia non ci sono progetti di grande respiro. L'innovazione che si sperimenta a scuola non trova sempre applicazione nel mercato italiano (). Manca la committenza pubblica e privata illuminata. La burocrazia rallenta le procedure. La competizione tra professionisti (geometri e architetti in primis) rimane sempre accesa. Il terreno non è fertile per riuscire a inventare soluzioni imprenditoriali innovative – come potrebbero essere le alleanze tra produttori e progettisti – capaci di portare in giro per il mondo in know how dei talenti più giovani. Sono questi i principali motivi che spingono architetti e ingegneri neolaureati e giovani professionisti a scappare dall'Italia.

Se fino a pochi anni fa la meta più frequente era l'Europa, ora i viaggi si fanno più lunghi: ci si spinge in Africa e in Asia. Si guarda con interesse ai Paesi dove si fanno grandi lavori e si possono realizzare in tempi ragionevoli.

«L'Italia è un Paese meraviglioso, ma è impossibile esprimersi a livello professionale. Raccolgo ogni giorno le frustrazioni di brillanti architetti e amici schiacciati da una cronica assenza di clienti illuminati – racconta Carlo Maria Ciampoli, architetto pescarese che a 36 anni ha già girato il mondo (collezionando interessanti esperienze professionali) e da sei mesi si è trasferito a Hong Kong – e una pazzesca gara al ribasso dove la qualità architettonica è considerata un optional». Ciampoli ha lasciato l'Italia dopo la laurea e considera la Cina «un ottimo playground per fare esperienza su grandi progetti», ma pensa si debba guardare a mercati emergenti come Turchia e Brasile.


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