Progettazione e Architettura

Freyrie: «Dov'è l'architettura italiana?». Bocciatura per Chipperfield

Paola Pierotti

Delusione per l'assenza degli architetti italiani alla mostra di Chipperfield. I Leoni d'Oro assegnati dalla giuria al Giappone e allo studio Urban-Think Tank per riportare l'attenzione sull'arte del costruire e la riscoperta del vero senso della professione dell'architetto

L'esposizione? «È una mostra avulsa dalla realtà indifferente alla crisi globale che riguarda direttamente le città e la gente che vi abita. Una mostra rivolta al passato. La Biennale 2012 è una mostra inadatta se è vero che l'architettura dovrebbe offrire soluzioni».

Leopoldo Freyrie, presidente degli architetti italiani, critica duramente la Biennale di architettura inaugurata la scorsa settimana. Freyrie stesso aveva salutato positivamente la nomina di Chipperfield a direttore della mostra, architetto che conosce bene per esserne stato partner in molti progetti all'estero.

Il presidente degli architetti ricorda nell'esposizione la rigenerazione di una città russa in cui si producevano missili e la scelta del padiglione giapponese, attento a ricostruire una casa a chi l'ha persa con il grande terremoto che l'anno scorso ha devastato il Paese. «Ma in generale la Mostra di Venezia è molto deludente». Freyrie lamenta soprattutto l'assenza di architetti italiani tra i tanti invitati da Chipperfield. «Mancano i rappresentanti della progettazione, ci sono solo quelli dell'accademia e della critica».

La XIII mostra di architettura curata da David Chipperfield e dedicata al tema «Common Ground», terreno comune, è senza slanci, anche se qualcuno apprezza la densità di materiali e informazioni. La mostra, dicono Alberto Cecchetto e Francesco Fresa (Piuarch), offre numerosi spunti formativi «per aver scelto ad esempio di privilegiare i disegni fatti a mano dai grandi architetti piuttosto che rendering o immagini spettacolari». Una mostra costruita in poco tempo con un budget di 9,3 milioni. Una mostra corposa che ha preferito includere piuttosto che escludere, con un'ampia prevalenza di protagonisti anglosassoni.

Un progetto espositivo che però non ha convinto gran parte degli architetti. «Il tema è interessante e quasi ovvio visto che l'architettura deve parlare di temi comuni e condivisibili ma o gli architetti invitati non hanno risposto, o l'hanno fatto con eufemismi imbarazzanti – dice Gianluca Peluffo (5+1AA) – in questo momento così drammatico dove tanta gente è in crisi economica non si può essere tanto superficiali». Peluffo ipotizza anche una soluzione rivoluzionaria «forse ci vuole una formula diversa per la Biennale di architettura, meno persone coinvolte, più economica, parlando davvero di architettura con il linguaggio dell'architettura». Peluffo lancia una provocazione per un Manifesto «nella miseria economica contro la miseria umana, creativa e intellettuale della Biennale di architettura».

Nella grande mostra allestita ai Giardini e all'Arsenale non mancano spunti interessanti. Nel padiglione Italia dei Giardini in particolare in tanti hanno apprezzato il lavoro di Koolhaas, di Mvrdv o la ricostruzione del lavoro di Piranesi. Ma in generale non è stato capito il nesso tra titolo della mostra e contenuti: alcuni architetti invitati da Chipperfield non hanno saputo fare un passo indietro e hanno espresso il loro ego imponendo esercizi di stile o i propri progetti: una mostra che, a dispetto del tema annunciato, esalta la differenza e le diversità.

Il giudizio dei critici. Se Chipperfield ha tentato di riallacciare un rapporto con la storia, c'è anche chi – come il critico Luigi Prestinenza Puglisi – visitando la Mostra è arrivato paradossalmente a rimpiangere in questo senso la mostra curata da Portoghesi del 1980.
Deluso anche il critico Luca Molinari che dall'esposizione non vede emergere alcuna indicazione di rotta. Solo il critico Stefano Casciani sceglie una linea più morbida: «Per la prima volta ci si avvicina allo spirito del nostro tempo».

I premiati con il Leone d'Oro. La ricostruzione del Giappone post-terremoto e l'occupazione creativa di un grande edificio abbandonato a Caracas. Sono queste le scelte della giuria che ha premiato con i Leoni d'Oro due progetti di architettura informale che danno una risposta ai senza casa e che riportano l'attenzione sull'arte del costruire, sul tema dell'abitare e sulla professione dell'architetto. Due progetti-simbolo per rappresentare l'essenza della Biennale di Architettura curata da David Chipperfield.

Il padiglione giapponese curato da Toyo Ito è stato scelto come migliore partecipazione nazionale per aver saputo catturare lo spirito di Common Ground proposto dal curatore: la mostra propone infatti una serie di modelli di abitazioni elaborati da giovani architetti con le comunità locali per affrontare in modo pratico e inventivo la progettazione di un nuovo centro per una regione devastata da una catastrofe nazionale. La cosiddetta Torre David/Gran Horizonte invece, sviluppata da Urban-Think Tank e Justin McGuirk, parla di una realtà vissuta da centinaia di abitanti di Caracas che hanno creato una nuova comunità a partire da un edificio abbandonato e incompiuto. «Una comunità spontanea ha creato una nuova casa e una nuova identità occupando Torre David – ha sintetizzato la giuria – e lo ha fatto con talento e determinazione. L'iniziativa può essere intesa come un modello ispiratore che riconosce la forza delle associazioni informali».

Le archistar. La mostra raccoglie 69 progetti e coinvolge centinaia di protagonisti (architetti, artisti, fotografi, critici). Le archistar sono anche quest'anno le protagoniste: da Zaha Hadid a Mvrdv, da Norman Foster ad Alvaro Siza. Kazuyo Sejima ha portato in mostra la ricostruzione dell'isola di Myati Jima distrutta dal terremoto; un gruppo di architetti ha proposto soluzioni per rigenerare lo spazio urbano inutilizzato a Detroit dove la popolazione diminuisce via via che scompare l'industria pesante; Herzog e De Meuron hanno esposto una collezione di articoli di giornale sulla travagliata vicenda della costruzione della Filarmonica di Amburgo.

Le Corderie dell'Arsenale e il Padiglione Italia dei Giardini sono spazi densi di materiale: disegni fatti a mano e modelli, ma anche installazioni e performance multimediali. Niente a che vedere con la Biennale 2010 dove il vuoto scandiva le tappe di un percorso espositivo lento: la mostra di Chipperfield aggiunge e racconta. È una mostra informativa.

Storia e contesto. La mostra mette l'architettura in relazione con la storia e con il contesto. «L'architettura non avviene per caso, è una coincidenza di forze, richiede collaborazione e il suo successo – ha detto Chipperfield – dipende dalla qualità di questa collaborazione. Questa partecipazione non coinvolge solo i professionisti ma si attua anche con la società, tra chi commissiona, regolamenta e soprattutto abita i nostri edifici e città».

L'intento dell'istituzione guidata da Paolo Baratta e del curatore è soprattutto di offrire al pubblico (non solo agli addetti ai lavori) la possibilità di rendere l'architettura familiare, facendo scoprire che ciascuno può utilizzarla anche per piccoli interventi. «Il diverso è possibile, non siamo condannati alla mediocrità – ha detto Baratta – e non c'è mezzo più adatto dell'architettura per esprimere un contenuto politico. I requisiti di base sono la conoscenza e la sensibilità, non solo il denaro». «L'architettura non deve essere riservata a occasioni speciali, non è architettura solo ciò che è spettacolare, inconsueto e insolito», chiosa Chipperfield.

I padiglioni nazionali. Il tema "Common Ground" scelto dal curatore britannico è stato declinato in infinite accezioni dai diversi Paesi (anche se alcuni Paesi sembrano non averlo tenuto in considerazione): un esempio per tutti è il padiglione austriaco che si distingue per un'installazione multimediale con figure umane in movimento che rappresentano la relazione tra spazio costruito e possibili fruitori. Alcuni Paesi si sono concentrati sui temi che animano i dibattiti nazionali, altri hanno presentato i propri talenti, in tanti hanno fatto leva sulle modalità di comunicazione, di architettura e non solo. La Russia ad esempio ha stupito il pubblico per aver tapezzato il suo padiglione di codici QR decifrabili con Ipad, che rimandano a contenuti multimediali sulla città di Skolkovo, scelta come modello per l'innovazione.

I Paesi nordici e il Regno Unito hanno puntato sui giovani talenti, affidandogli il compito di portare contenuti al tema "Common Ground". La Gran Bretagna ha presentato il lavoro di dieci studi che hanno girato il mondo per cercare risposte creative a problematiche universali: la mostra si intitola «Venice Takeaway» e parla di progettazione di scuole, offerta di alloggi, sviluppo urbano, pianificazione urbanistica, consapevolezza del rischio e del tema delle gare.

Il padiglione italiano si è distinto per l'attualità del tema scelto da Luca Zevi e Inarch: la relazione tra progettisti e aziende, tra luoghi del lavoro e qualità della vita, e attenzione alla sostenibilità (anche sfruttando i contenuti di Expo 2015).


© RIPRODUZIONE RISERVATA