Progettazione e Architettura

Bonjour tristesse: Siza premiato con il Leone d'oro alla carriera a Venezia

Luigi Prestinenza Puglisi

La scelta di premiare il portoghese è per certi versi irreprensibile. Ma a ben guardare denota mancanza di fantasia e coraggio nello scegliere i premiati. Illusorio poi pensare che aggrapparsi a personaggi come Siza (o Botta o Gregotti) significhi individuare un'alternativa alla retorica delle archistar

La scelta di premiare il portoghese Álvaro Siza Vieira con il Leone d'oro alla carriera è irreprensibile.

Siza è, infatti, un architetto molto noto che ha realizzato opere in tutto il mondo. Un progettista perfetto per tempi di crisi quali gli attuali: sobrio, lontano dalle icone scintillanti dello star system anglosassone, persino triste. Tanto che un complesso di abitazioni realizzato all'IBA di Berlino è stato marcato da un colossale, anonimo e puntuale graffito che recitava: Bonjour tristesse.

E tanto che nel comunicato stampa in cui la Biennale annunciava il premio non solo si sia detta su di lui una banalità del genere: « protetto dalla sua collocazione isolata emana una saggezza universale» ma anche che siano stati aggiunti un paio di versi tratti dal libro dell'inquietudine di Ferdinando Pessoa. Insomma: piangiamo e consoliamoci aggrappandoci alla zattera della nostra mediterraneità.

Sin qua la cronaca che trascura però tre inquietanti interrogativi.

Il primo riguarda la cronicadelle istituzioni che decidono i premi di architettura. A essere riconosciute dai Pritzker, dai Leoni, dai Premi imperiali sono, infatti, solo le gesta dei più famosi. Zaha Hadid, Frank Gehry, Renzo Piano, Rem Koolhaas, Kazuyo Sejima, Alvaro Siza, Eduardo Souto de Moura… Ed è sempre più difficile che dal cappello si tirino fuori nomi che non appartengano alla élite dei magnifici venti o trenta. Mai, per dire, che qualcuno abbia avuto il coraggio di premiare William Bruder o Ray Kappe, solo per citare due bravissimi che non fanno cassetta.

La seconda considerazione concerne la retorica dell'archistar. Secondo alcuni premiare personaggi come Siza o Souto vorrebbe dire andare contro la società del consumo mediatico. Estrema sciocchezza che non tiene conto del fatto che oggi si vendono due marchi: degli apocalittici e degli integrati. E che il brand degli apocalittici, solo perché in apparenza più sobrio, non è meno pericoloso e globalizzante di quello che si ammanta di lustrini e icone scintillanti. Insomma, e per dirla tutta, che è avventato credere che un Botta, un Gregotti o un Siza siano una alternativa alla società delle immagini.

La terza considerazione riguarda questa povera biennale di Chipperfield già partita malissimo a causa di un titolo-tema generico ed ambiguo: common ground. Come è noto, il Leone d'oro alla carriera, lo decide proprio il curatore della mostra. Altro segno che da Chipperfield – che è un altro progettista che si nutre di tristezza - dobbiamo aspettarci poco in termini di coraggio, creatività, sperimentazione.


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