Progettazione e Architettura

La crisi taglia gli utili delle engineering

Paola Pierotti e Aldo Norsa

Ritardi di pagamenti, scarsità di opportunità di lavoro (soprattutto gare di importi da uno a quattro milioni che sono lo standard per numerose società italiane), gare già bandite in attesa di essere aggiudicate o pre-avvisi che non si trasformano in iniziative. Per fortuna c'è l'estero

È l'estero il filo rosso che collega le scelte strategiche delle società di ingegneria contro la crisi del mercato italiano. Ma non mancano interventi più decisi sulla struttura societaria, come le acquisizioni o fusioni, già fatte per D'Appolonia-Rina, Politecnica-Sts, 3Ti Progetti-Girpa, e potenziali per Italconsult, Lotti, Artelia e altri. Non manca chi invece percorre la direzione opposta, verso una drastica cura dimagrante.

È il caso della padovana Net Engineering, che da un giorno all'altro ha annunciato il licenziamento di più di un terzo dei suoi dipendenti: 59 su 160 . Il colore rosso comincia a fare capolino nei bilanci. Il caso più eclatante è quello di Arup Italia. La perdita di 76mila euro dell'esercizio 2009-2010 è diventata una voragine di oltre 800mila nel bilancio 2010-2011 e si è assestata su -400mila euro quest'anno. In questo caso, le perdite si spiegano con le regole adottate a livello di gruppo della società di progettazione internazionale.

«Nella crisi puntare sul valore umano», dice invece Gabriele Del Mese di Arup, guru dell'ingegneria italiana., nell'intervista a «Progetti e Concorsi»

«Passati sei mesi dal mancato pagamento, mettiamo in bilancio negativo le fatture non pagate – spiega ad esempio Luca Stabile, vice group di Arup Italia –. I revisori dei conti ci portano a svalutare importanti crediti di qualche centinaia di migliaia di euro». Li chiamano bad debts, insoluti che fanno precipitare i conti. Senza questo rigore, la società avrebbe mantenuto un margine positivo tra 50 e 100mila euro.

Ritardi di pagamenti, scarsità di opportunità di lavoro (soprattutto gare di importi da uno a quattro milioni che sono lo standard per numerose società italiane), gare già bandite in attesa di essere aggiudicate o pre-avvisi che non si trasformano in iniziative. «Per fortuna c'è l'estero». Lo dice, tra gli altri, Dino Altieri dell'omonima società vicentina che può contare valori della produzione in crescita dal 2010 al 2011 proprio grazie alle commesse estere, ma che ha un utile sensibilmente in calo «a causa degli oneri finanziari dovuti ai ritardi dei pagamenti». Il 65% del portfolio ordini di Altieri per il 2012 è all'estero.

Per fortuna c'è l'estero anche per la società emiliana Politecnica (36 soci e una quarantina di dipendenti) con un fatturato 2011 dell'ordine dei 13 milioni (in leggero calo rispetto ai 14 del 2010) e un utile netto calato dal 2010 al 2011 da 64 milioni a 44. «Lavoriamo soprattutto con il pubblico e ora siamo costretti a farci prestare il denaro dalle banche – dice Francesca Federzoni, Politecnica –. All'estero, a partire dalla Sierra Leone, pagano al massimo entro 90 giorni: entro tre mesi dalla firma del contratto ci hanno accreditato un anticipo del 40%».

Altieri non pensa alle vie legali «dubitando ci sia modo di riuscire a portare a casa i mancati pagamenti» mentre Politecnica dichiara di aver iniziato a fare delle ingiunzioni di pagamento sia verso il pubblico che verso i privati.

«Il calo di fatturato per noi – spiega Federzoni – è dovuto più a causa di lavori slittati che di lavori non acquisiti. Gli appalti integrati sono diventati più delicati, bisogna lavorare sul rapporto con le imprese». Politecnica guarda all'estero ma concentra l'attenzione anche su un settore che da solo copre per la società il 20-25% del fatturato, quello dell'agroalimentare. Anche Altieri investe con particolare successo su un settore che è quello sanitario. E così fa la società umbra Rpa, impegnata a 360 gradi ma con una particolare attenzione per gli ospedali e le infrastrutture.

«Nel mercato italiano abbiamo retto – dice Marco Rasimelli, Ad Rpa – ma stiamo pagando il pegno finanziario perché le riscossioni sono lentissime». Il bilancio di Rpa è pressoché costante, dell'ordine degli 11,6-11,8 milioni di euro negli ultimi anni ma l'utile è precipitato da 180mila euro (2010) a 56mila euro (2011). «Il tema delle riscossioni è uno dei più pesanti: ci si discosta di oltre un anno rispetto al fatturato».

Specialismi. Le società di ingegneria in tempi di crisi prendono tutto: le strutture vanno alimentate. Ecosfera, come racconta il presidente Alessandro Fiorini, oltre a esplorare il mercato estero ha da tempo puntato sul facility management, settore da cui si attende ritorni significativi. Altieri concentra la propria attenzione su tre temi: sanità, ambiente e infrastrutture e per far fronte alle nuove necessità in tre anni ha sostituito il parco architetti dell'ufficio romano con un team di impiantisti.

Anche Politecnica non nasconde di aver bisogno di implementare la propria struttura soprattutto con gli impiantisti. Chi invece non diversifica è Ai Engineering. «Abbiamo scelto di non farlo – racconta l'Ad Paolo Erbetta – Abbiamo scelto di crescere in vari settori. Questa scelta ci sta dando ragione, anche se il mercato è diventato più difficile. Non è possibile lavorare con ribassi del 90 per cento».

Condizioni al limite. «All'estero i contratti sono molto chiusi – spiega Dino Altieri –, ci sono forti penali ma quando si consegna il progetto è fatto e si viene pagati». In Italia? Doppia fatica: condizioni restrittive per i progettisti che si devono assumere gran parte del rischio e anche i pagamenti non sono sicuri. A denunciare la situazione è Arup Italia, società internazionale dell'ingegneria che dal 2000 ha aperto una base a Milano e che paga un pesante utile in perdita (-400mila euro è la cifra presunta per il 2012). «Stiamo lavorando in alcune delle maggiori operazioni di trasformazione urbana, da Milano a Roma – spiega Luca Stabile, direttore, vice Group Leader Arup Italia – in fase di negoziazione i privati chiedono ormai di spostare tutto il rischio imprenditoriale sulle società di progettazione. E i progettisti, a maggior ragione in questo periodo di scarsità di opportunità accettano di firmare condizioni, onerose, per le quali non è possibile offrire un prodotto di qualità».

Fare e rifare, riprogettare cambiando continuamente la versione è un costo per le società e ha effetti anche sulla mancata progressione dell'azienda. «Questa settimana – dice Stabile per portare un esempio – un cliente ci ha chiesto un "total design" e in fase di masterplanning ha proposto un pagamento a forfait includendo anche le varianti che matureranno in corso d'opera, fino ai lavori».

Progettazione integrata. Se alcune società privilegiano l'investimento su specifici settori di interesse, Arup cerca di distinguersi offrendo un prodotto integrato con specialismi che vanno dal masterplanning all'ingegneria delle facciate. «Nell'ultimo periodo – spiega Stabile di Arup – riscontriamo un particolare interesse per opportunità di "consulting", accompagnamo i clienti nella definizione di brief tecnici e di sviluppo di businessplan, forti delle nostre esperienze e del know how della nostra rete internazionale».

Locale e globale. Arup Italia lavora per il 65% per committenti privati e dalla base di Milano si occupa per il 40% di lavori all'estero. La società veneziana Thetis invece punta molto sul mercato locale: «Il lavoro all'estero non è aumentato sensibilmente – racconta Maria Teresa Brotto, Ad Thetis – guardiamo all'Europa dell'Est, al Nord Africa ma stiamo chiudendo una nostra base in Cina dove per due anni non abbiamo avuto commesse». Thetis è tra le poche società italiane con fatturato e utile in crescita: la produzione dal 2010 al 2011 è salita da 27,5 milioni a 36.

L'utile da 286 milioni di euro a 547. «Stiamo facendo un lavoro trasversale di ristrutturazione, stiamo riducendo il personale (dal 2010 al 2012 da 152 a 141 dipendenti) – spiega l'Ad – e attiviamo un processo di job rotation per puntare sui settori che tirano di più, come quello dell'ingegneria ambientale». La gestione della forza lavoro nell'equilibrio Italia-estero è anche al centro del business della genovese D'Appolonia, che proprio dal mercato estero ha ricevuto una forte spinta nella produzione (si veda tabella in pagina). «Nel 2010 il fatturato estero pesava per il 45%, nel 2011 siamo passati al 52% e aumenteremo ancora nel 2012», riferisce l'amministratore della Spa genovese Roberto Carpaneto.

Le migliori soddisfazioni vengono dai mercati di Turchia, Cina, Corea, Emirati, Egitto. C'è il rischio che uno sbilanciamento all'estero possa portare a dei tagli al personale? «Non scherziamo – replica Carpaneto –, non abbiamo intenzione di sviluppare poli di ingegneria a basso costo fuori dall'Italia. I nostri lavori all'estero dipendono in gran parte dai team in Italia o che si muovono in occasione del singolo progetto sull'estero. E poi i nostri ingegneri sono apprezzati anche in quanto italiani». Il confronto con l'estero brilla anche per i tempi di pagamento, che, per esempio, «in Corea sono di tre giorni», sottolinea Carpaneto.

Interlocutore unico. Thetis rincorrere il business delle certificazioni, prima tra tutte Leed che si sta affermando come metodo di controllo dell'intera gestione del processo; Arup vende ai suoi clienti il «plus di poter avere un unico interlocutore per la gestione di tutte le fasi di progettazione e realizzazione singolo edificio». Lo stesso fa Rpa «realizziamo i prodotti dalla A alla Z, coprendo il tema degli impianti, della geotecnica, dell'architettonico, pensiamo – dice Marco Rasimelli, Ad Rpa – di riuscire così a offrire una maggiore qualità dell'ingegnerizzazione con risposte tempestive».


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