Progettazione e Architettura

Organizzazione Expo in crisi e il masterplan perde pezzi. De Albertis (Triennale): «Non mancare questa occasione»

Paola Pierotti

Sarà necessario un investimento di 1,4 miliardi per allestire l'area di Rho pero. Una superficie di 1,1 milioni di mq dove sarà realizzata la piastra con i padiglioni e le strutture in gran parte temporanee

Milano si trasforma: salgono i cantieri di Porta Nuova e le residenze di CityLife. Ad Assago la cittadella di Milanofiori Nord aggiunge nuovi tasselli. In centro si contano decine di cantieri e opere appena ultimate dove tanti architetti milanesi sono impegnati nella ricostruzione dell'esistente: si cambia destinazione d'uso, si attivano strategie di retrofitting per ridurre i consumi energetici e il contemporaneo si innesta su facciate o sopralzi. Milano cambia ma nonostante le aspettative, l'Expo resta la grande assente.

Il Bie la scorsa settimana ha dimostrato un apprezzamento per lo stato di avanzamento dei lavori ma il sindaco Giuliano Pisapia ha rimesso nelle mani del Governo il ruolo di commissario. La soddisfazione parigina è controbilanciata infatti dalle ripetute difficoltà nella gestione politica e finanziaria dell'evento. Con ricadute dirette sulla gestione tecnica del processo gestito in house della stessa Expo Spa.

Passano i mesi, non si promuovono i concorsi annunciati (fatta eccezione per quello per le strutture di servizio) e cambia anche il piano generale: Expo ha dato l'addio alle serre bioclimatiche. L'elemento che fino a oggi ha connotato lo sviluppo del sito è scomparso. L'annuncio è stato dato dalla società organizzatrice in occasione della presentazione del cantiere. «Non abbiamo trovato una soluzione che potesse sostenere il costo delle serre – ha spiegato l'Ad di Expo, Giuseppe Sala – e soprattutto la loro manutenzione nel tempo». Al posto delle serre ci saranno delle isole dedicate al racconto della biodiversità: «14mila mq di superficie per ricostruire all'aperto paesaggi in grado di adattarsi al clima milanese attraverso illustrazioni tassonomiche».

La progettazione preliminare effettuata dalla società organizzatrice è terminata. Ora tocca, oltre alla piastra, alle strutture e ai padiglioni. Se vengono meno le serre l'unica speranza di poter avere un segno distintivo dell'evento è offerta dal Palazzo Italia, che insieme a Expo Center e Lake Arena, sarà destinato a restare dopo la manifestazione. Il problema è che al momento non si hanno novità su questo fronte. Anzi, come ha sottolineato Pisapia «so che è stato nominato un commissario (Luigi Roth, ndr) ma al momento non ha soldi e neanche una sede dove operare».
Realizzare l'Expo significa correre contro il tempo. «Ma bisogna farcela – dice Caudio de Albertis, presidente di Assimpredil e della Triennale di Milano –. Il nostro Paese non può permettersi di non fare questo evento, tanto meno di spostarlo di un anno. Sarebbe una sconfitta per l'Italia. Mancano poco meno di tre anni, se si riescono a coagulare le forze coinvolgendo il sistema delle professioni e delle costruzioni, riusciremo ancora ad avviare un processo di trasformazione dell'area metropolitana milanese».

De Albertis anticipa che come Triennale è disposto a collaborare «potremo essere un altro padiglione, avviando una sorta di fuori-Expo. Investiremo su reti telematiche e culturali». Per i costruttori e per i progettisti l'Expo non è un'occasione da poter perdere. «Il settore attraversa una crisi epocale – continua De Albertis –. L'Expo potrebbe essere la scintilla che riattiva una nuova politica industriale, necessaria».

Concretamente cosa significa? «A Milano abbiamo il 70% degli immobili realizzati prima degli anni '70, un grosso patrimonio energivoro con gravi livelli di obsolescenza. Si potrebbe avviare un processo di riqualificazione generalizzato per contenere i consumi e i costi di esercizio». Per i costruttori se si avvia questo processo e si diffonde in modo capillare, «prevedendo rapidi ritorni dell'investimento entro 5-7-10 anni anche le banche potrebbero finanziare i costi di avviamento. Bisogna passare dai convegni – conclude il presidente della Triennale – alle analisi di fattibilità per innescare un nuovo processo culturale, tecnico e tecnologico».


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