Progettazione e Architettura

Koolhaas: le città cambiano e non si può arrestare la loro evoluzione

Valerio Paolo Mosco

Ospite dello Iuav, con Franco Purini e Bernardo Secchi, la star olandese Koolhaas difende il progetto commissionato da Benetton. L'architetto romano gli dà manforte: Venezia vive di rendita, saprofita nei confronti di un passato, quello della Serenissima, che a ben vedere altro non è stato che un costante progetto di crescita e di potenza

È vero che il contestato progetto di Rem Koolhaas per il Fontego dei Tedeschi (esempio relativamente brillante di Rinascimento veneto dei primi del ‘500) nel cuore di Venezia, a Rialto, può turbare l'equilibrio di una città già turbata, tutta passato tramutato in turismo? Ipotizzando di si, questo cambiamento è un bene o un male? Ospite dello Iuav, con Franco Purini e Bernardo Secchi, Koolhaas difende il suo progetto e lo fa scagliandosi contro il feticismo del passato che proprio a Venezia ha vietato nell'ordine a Wright, Le Corbusier e Kahn di realizzare i loro progetti.


Koolhaas ribadisce con graffianti grafici, già visti nel suo allestimento all'ultima Biennale, la sua posizione: le città cambiano ed è impossibile arrestare il processo in quanto la città è un organismo e come tale nel tempo, inevitabilmente, cambia. Esistono però due tipi di cambiamento, quello dal basso, indotto dalla decrescita della popolazione e dal turismo predatorio e quello invece dall'alto, dei progetti di trasformazione urbana. Ora mentre il primo cambiamento, pervasivo e subdolo, viene accettato passivamente in quanto sembra proteggere il feticcio della città storica e le sue imbelli facciate, il secondo, che il più delle volte è puntuale e come tale relativo, viene visto come un attentato nei confronti della comunità e quindi osteggiato.

È chiaro che siamo di fronte ad una patologia che così può essere sintetizzata: la città, specialmente quella storica, è diventata il ricettacolo delle nostre paure e quindi di fronte al paventato cambiamento si preferisce consolarsi nell'idea che tutto possa non solo rimanere così come è, ma persino tornare indietro. Siamo dunque scettici nei confronti del presente, ciechi nei riguardi del futuro ed entusiasti di un passato di fatto mai esistito.

Eppure è proprio Venezia che dimostra la stoltezza del ragionamento, basta affacciarsi dalle Zattere e vedere la Giudecca, con il suo continuum di case medioevali in cui spiccano le chiese di Palladio, di stucco bianchissimo, alte, imperiose, astratte, il perfetto contrario del rosso, modesto e vernacolare tessuto medioevale su cui sono incastonate.

È un Koolhaas pacato, ragionevole quello che parla, che trova il consenso sia di Purini che di Secchi; quest'ultimo rincara anche la dose scagliandosi contro una città che vive di rendita, saprofita nei confronti di un passato, quello della Serenissima, che a ben vedere altro non è stato che un costante progetto di crescita e di potenza. Anche Purini, che continua a combattere per far digerire il suo grattacielo a Roma, è della stessa idea: il progetto moderno è discontinuità, essere moderni è quindi il coraggio della discontinuità.

Poche righe poi sul progetto del Fontego che si compone essenzialmente di due interventi: un sistema di scale mobili nella corte interna che portano ai livelli superiori (alzabili come un ponte levatoio per liberare la corte) ed una grande terrazza panoramica sul Canal Grande che riconfigura l'attacco al cielo dell'edificio. Koolhaas sostiene che le sue scale di rosso fiammeggiate sono parte tradizione del moderno, dei department store, un luogo da cui è passata la Parigi dell'800: storia quindi, ma storia viva, non feticcio.

Eppure nel plauso generale rimangono dei dubbi su un progetto che sebbene di impianto chiaro ed asserivo, manifesta una certa grossolanità. Si ha infatti l'impressione che lo schema coincida con il progetto e ciò in una città che ha insegnato al mondo che l'architettura non vive di schemi, ma di linguaggio, per cui di sfumature in cui la differenza di pochi centimetri in una modanatura vuol dire tutto e ciò sia in Palladio che in Scarpa. Perplessità che possono essere fugate guardando il recente intervento di Koolhaas nel teatro greco di Siracusa, indubbiamente un intervento eccelso. Fuck the contest! Scriveva Koolhaas anni fa, ed aveva ragione perché in un rapporto vero, vivo, sia con le persone che con le cose, alle volte ci si manda a quel paese.


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