Progettazione e Architettura

L'Ad Rigon: «Per far funzionare un progetto urbano indispensabili le competenze economiche»

Paola Pierotti

«Quando si parla di trasformazione urbana l'Italia ha bisogno di cambiare metodo di lavoro. Bisogna innovare, saper accompagnare i progetti in tutto il loro iter, saperne gestire la complessità. Nel nostro Paese non mancano professionisti creativi che hanno voglia di lavorare ma manca la cultura della sostenibilità economica e finanziaria, c'è poca attenzione alla fattibilità». Così dice Antonio Rigon, classe 1960, amministartore delegato di Sinloc, società di riferimento nel mercato delle iniziative di sviluppo locale e dell'advisory strategico-operativa a supporto di Enti e Istituzioni locali, società che tra le tante operazioni in corso sta coordinando la cordata che si è aggiudicata la concessione per la trasformazione del Porto Vecchio di Trieste . Ha realizzato in project financing la scuola di Biotecnologie di Torino. Ha partecipato all'installazione di un maxi-impianto solare sui tetti del mercato agroalimentare di Padova.

I principali settori di intervento di Sinloc sono la trasformazione urbana, l'edilizia sociale e universitaria, le infrastrutture sanitarie, le energie rinnovabili, i poli espositivi e la mobilità. Sinloc interviene attraverso servizi di advisory mirati a realizzare progetti di sviluppo e infrastrutturazione locale e sviluppa soluzioni strategico-operative che agevolano processi gestionali e decisionali di enti e imprese, ma interviene anche come società di equity investment per iniziative di sviluppo locale in partenariato pubblico privato.

Dottor Rigon, la vostra società ha come core business la progettazione, conta circa 25 professionisti. Quanti architetti ci sono?
Ci sono due urbanisti, il resto sono tutti esperti di finanza e economia, tecnici che si occupano di strategia organizzativa. Ogni volta che affrontiamo un progetto nuovo coinvolgiamo progettisti diversi, ma che non fanno parte della nostra struttura. È più ragionevole secondo noi affidarsi a professionisti nuovi di volta in volta che conoscono meglio le realtà locali. Abbiamo fatto così anche a Trieste.

Il Porto Vecchio di Trieste è una delle operazioni più interessanti che oggi Sinloc ha in attivo. Si tratta di un'area strategica che conta già decine di progetti e tentativi falliti, perché avete investito su quest'operazione?
Abbiamo partecipato alla gara per la concessione fatta dall'Autorità Portuale di Trieste perché si tratta di uno dei siti potenzialmente più belli del territorio italiano per un piano di rigenerazione urbana: 44 ettari di superficie, 3,5 chilometri di waterfront. È l'occasione per ridare vita ad un pezzo di città per anni chiusa ai cittadini. Resta che Trieste è una città in cui è difficile operare, ha problemi demografici e economici.

Abbiamo partecipato alla gara con un Ati che include anche dei soggetti industriali come Rizzani De Eccher e Maltauro. Abbiamo voluto organizzare una compagine che non avesse solo soggetti finanziari, proprio con l'intento di rendere più concreta l'operazione. Siamo arrivati a questa scelta forti dell'esperienza fatta con iniziative di project financing e con i fondi immobiliari: se i soggetti coinvolti mettono del capitale garantiscono una maggior fattibilità all'operazione. Oltre alle due imprese nell'Ati c'è anche San Paolo Intesa. Per la progettazione valorizziamo e valorizzeremo le competenze locali.

Che ruolo hanno secondo lei i progettisti in un processo di trasformazione urbana?
In Italia generalmente passando dalla progettazione alla realizzazione si moltiplicano le sorprese: non basta un accompagnamento tecnico, serve una continua verifica con il sistema finanziario. Tema spesso trascurato dai professionisti che si concentrano sulla loro attività e spesso sottovalutano la necessità di avere accanto soggetti che fanno da ponte con i vari interlocutori.

A che punto è ora l'operazione Porto Vecchio?

A fine 2010 abbiamo avuto la concessione (per 70 anni), abbiamo continuato la fase di progettazione di dettaglio. Stiamo passando alla fase realizzativa cercando operatori che vogliano realizzare e gestire i singoli comparti. È come fare un puzzle: se trovo una buona tessera, devo cercarne altre che si armonizzino. Con l'aggiudidazione non si è comunque tutto consluso: l'iter autorizzativo è lungo.

Tempi lunghi della burocrazia che dilatano le operazioni. La recessione non aiuta. In che modo ha influito la crisi sull'attività di Sinloc?
La compagine di Sinloc conta nove Fondazioni di origine bancaria e Cassa Depositi e Prestiti. La collaborazione con i nostri azionisti permette di far convergere obiettivi e risorse necessarie al fine di concretizzare le iniziative di carattere locale che valorizzano e danno competitività al territorio. Tutti i nostri azionisti credono che il Paese abbia bisogno di capitali per realizzare le infrastrutture, di banche disponibili a finanziare le opere, di imprenditori capaci, di progettisti in gamba. Puntiamo su iniziative sostenibili, forti di un project e program management. Le iniziative vanno costruite dal basso, curate giorno per giorno. Non bastano i progetti. Sinloc si presenta come un incubatore di impresa, con competenze economico-finanziarie, procedurali e sociali. Su questa integrazione investiamo.


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