Progettazione e Architettura

Apre a ottobre la nuova Hertziana. Innesto contemporaneo a due passi da Piazza di Spagna.

Valerio Paolo Mosco

Il centro di Roma mal sopporta l'architettura moderna. La preferisce ai confini o in periferia. Si confronti l'Auditorium di Renzo Piano al Flaminio, che sorge alle porte del centro, con l'Ara Pacis di Meier, situata invece in pieno centro storico. L'Auditorium, sebbene sia un'architettura non catturante, funziona tanto da essere stato immediatamente metabolizzato dalla città. Diverso il caso dell'Ara Pacis che continua a essere un corpo estraneo a dove sorge, ma non estraneo perché futuribile, ma estraneo in quanto semplicemente grossolano, incomparabile con la ricchezza morfologica al suo contorno.

C'è dunque aspettativa per una realizzazione moderna nel pieno centro di Roma, per la Biblioteca Hertziana che Juan Navarro Baldeweg ha progettato ormai più di dieci anni fa e che è finalmente in dirittura di arrivo (in autunno l'inaugurazione).
Necessità di ampliare gli spazi e di adeguamento alla normativa antincendio spingono la Società Max Planck di Monaco, l'istituzione che sta dietro l'Hertziana, ad indire nell'ormai lontano 1995 un concorso internazionale per il recupero e l'ampliamento della biblioteca. Il concorso viene vinto da Juan Navarro Baldeweg, la giuria all'unanimità giudica il suo progetto il migliore tra gli otto partecipanti (Carlo Aymonino, Alexander von Branca, Vittorio De Feo, Gerber & Partner, Giorgio Grassi, Rafael Moneo, Juan Navarro Baldeweg, Giuseppe Papillo).

Nel 1999 il Comune di Roma approva il Piano di Recupero necessario per dare inizio alla progettazione esecutiva che parte nel 2000. Nel 2002 vengono effettuati i sondaggi archeologici e finalmente nel 2003 l'appalto viene aggiudicato a CCC, il Consorzio Coperative di Costruzione, un'impresa che negli ultimi anni si è dedicata con successo agli interventi negli edifici storici (Uffizi a Firenze, la Regia Venaria a Torino, il teatro della Fenice a Venezia, il teatro della Scala a Milano). Il cantiere è faticoso, la continua scoperta di preesistenze archeologiche rallentano i tempi ed i costi lievitano dai 19,5 milioni di euro preventivati agli attuali 24, il tutto per un intervento di 2150 mq.

Nel maggio del 2008 viene inaugurata la copertura del nuovo edificio con i magazzini per i libri e la sala di lettura a cui seguirà dopo più di tre anni in autunno prossimo, l'apertura al pubblico. Tempi da opera pubblica italiana, in questo caso giustificati dalla complessità di un intervento posto in un sito delicatissimo, al limite dell'intoccabile. Il progetto di Baldeweg risolve un programma che prevedeva la realizzazione di un corpo di fabbrica compreso tra Palazzo Zuccari e Palazzo Stroganoff, uno spazio compresso, liberato dopo l'abbattimento di un intervento senza qualità degli anni settanta. Veniva dunque richiesto il completamento del lotto lasciando unicamente intatte le facciate storiche su strada.

Adeguatamente Baldeweg decide di spostare l'ingresso principale della biblioteca nel famoso portone con il mascherone di Zuccari (una vera e propria apparizione dannunziana per chi cammina per l'elegante via Gregoriana), attraversato l'ingresso si giunge alla corte interna che innerva il progetto. Sulla corte si affacciano in sequenza cinque livelli che su un'ala della corte scalettano verso l'alto in modo tale da liberare un affaccio ad imbuto a tutt'altezza che relazione lo spazio esterno della corte con gli spazi interni. L'ultimo livello, il sesto, richiude il sistema guadagnando la quota di colmo delle facciate preesistenti in modo tale che dall'esterno l'intervento non appaia. Scelta adeguatissima: nulla di peggio infatti di quei brandelli di architettura moderna che appaiono come indesiderati saprofiti nei centri storici, frammenti timidi ed allo stesso tempo supponenti.

La distribuzione ideata da Baldeweg è chiara, i corpi scala sono infatti addossati alle pareti di contatto con gli edifici preesistenti e con essi gli spazi di servizio. Un intervento chiaro dunque, assertivo e compatto, tipico dell'operare di Baldeweg, alla Moneo per intenderci. Moneo e Baldeweg sono infatti architetti che hanno ereditato la migliore tradizione italiana per quel che riguarda gli interventi nei centri storici. Entrambe infatti partono da quel presupposto che è stato di Albini e Gardella e che rivive in maniera diversa in Francesco Venezia, secondo il quale l'operare nei tessuti storici è un atto di lettura critica e come tale non può essere affidato all'intuito espressivo. L'operare è in definitiva questo: dato il sito si sceglie l'impianto architettonico più evidente, deliberatamente tipologico, in altre parole un impianto che se visto da lontano dia l'impressione di essere sempre stato li. Dato questo impianto generale, essenziale e tendenzialmente senza tempo, questi autori spostano l'attenzione sulla qualità degli elementi della costruzione e sulla capacità degli stessi di saper esprimere cura ed attenzione, in definitiva un rispetto per il luogo. Il risultato, nei casi migliori, sono interventi raffinati che non vogliono aggiungere un capitolo alla storia, ma giusto un commento, una chiosa argomentata, possibilmente serena e senza strappi.

In definitiva tra Albini e Scarpa architetti come Moneo e Baldeweg scelgono Albini, distanziandosi così dall'enfasi, dall'onirica ridondanza di segni del maestro veneziano e lo fanno non perché incapaci di scritture architettoniche ricche e complesse, ma perché reputano le stesse inadeguate se non irrispettose. Ci aspettiamo allora dall'Hertziana proprio questo rispetto critico, ci aspettiamo quell'acribia sottile di chi sa leggere tra le righe, di chi commenta pacatamente, di chi in definitiva è fuori dallo scaduto assunto modernista per cui la rottura è un valore e il moderno come tale deve inverarsi in un corpo estraneo al contesto. Ci aspettiamo quindi un intervento opposto all'Ara Pacis, al suo modernismo da catalogo e ciò perché alcuni centri storici, Roma in primis, non necessitano di opere "moderne" ma più semplicemente di interventi mirati, di quella che un tempo veniva chiamata riconnessione urbana. Baldeweg è un architetto adeguato per questo compito, scorrendo il regesto delle sue opere, mai geniali ma sempre adeguate, si ha l'impressione che la scelta sia stata quella giusta.

Inoltre, se l'opera non deluderà le aspettative, avremo uno dei rari casi in Italia in cui un architetto straniero non è chiamato per realizzare eccessi e stravaganze poco gestibili (pensiamo al sempre più ingombrante Maxxi della Hadid) ma per risolvere con nobile decoro un paragrafo del grande romanzo del centro storico, un brano lasciato incompiuto, ma che a ben vedere è già implicito in ciò che è stato già scritto.


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