Progettazione e Architettura

Saline Joniche, la Provincia cerca idee a impatto zero ma nel frattempo si lavora per realizzare una centrale a carbone

Santo Marra

Siamo Soldati o Crociati? Siamo mercenari solo avidi di denaro al soldo dei potenti o siamo militanti dello sviluppo sostenibile, che tentano di porre un freno allo sfruttamento e impoverimento delle risorse naturali? La recente pubblicazione del bando per la Riqualificazione del Waterfront di Saline Joniche (in Provincia di Reggio Calabria) mi porta inevitabilmente, in quanto persona coinvolta nella duplice veste di cittadino e architetto, a richiamare la vostra attenzione ad una importante riflessione sul ruolo della nostra categoria, da intendere e interpretare, dal mio punto di vista, quale organismo attivo nei processi di sviluppo, ancorché di tipo eco-sostenibile.

L'area cui si riferisce il bando di concorso richiamato è stata in passato ampiamente e impropriamente antropizzata da diversi interventi infrastrutturali, negandone di fatto la giusta valorizzazione delle qualità naturalistiche endogene. Oggi, peggio ancora, tutta la zona risulta minacciata dalla realizzazione di una mega centrale a carbone da 1.320 MWe di potenza (due sezioni da 660 Mw ciascuno, alimentate a carbone con possibile utilizzo di biomassa fino ad un max del 5% della potenza termica, 8.000 ore di funzionamento annuale previsto), con annesso elettrodotto lungo 35 Km che interessa 18 siti vincolati, molti dei quali situati all'interno del Parco Nazionale dell'Aspromonte.

Per la realizzazione della centrale termoelettrica a carbone, la SEI società multinazionale svizzera, prevede un investimento di oltre 1 mld di Euro e solo 140 occupati a regime, sostenendo che il progetto (superficie occupata 322.750 mq di cui 135.575 mq di superficie impermeabilizzata, volumetria totale degli edifici 2.853.450 m3) non interferisce con le vocazione turistica della zona, ma al contrario ne esalta le potenzialità come «innovativo landmark territoriale», anche grazie alle caratteristiche di inserimento architettonico-paesagistico del gigantesco manufatto nel contesto di riferimento. E questo è già un paradosso, che si somma ai guasti ambientali determinati dalle inevitabili e massicce emissioni inquinanti in atmosfera (secondo i dati della stessa SEI pari a: 8 milioni circa di tonn/anno di CO2, 3 mila tonn/anno circa di Sox ed Nox , oltre alle polveri per circa 436 tonn/anno), tutt'altro che in sintonia con Quadro Regionale Territoriale/Paesaggistico e programmi complessi d'area (PISL e PISR e PSL).

La riflessione nasce proprio da questo paradosso: il concorso, bandito dall'Amministrazione Provinciale di Reggio Calabria, chiama massicciamente in soccorso architetti e paesaggisti a fornire idee e soluzioni per la riparazione ambientale di un luogo già ampiamente sfigurato, prima che accada l'irreparabile; ma l'irreparabile è alle porte e si chiama centrale a carbone, infrastruttura fortemente dannosa per definizione ma che è moderata da un progetto architettonico e paesaggistico di professionisti di fama internazionale, con la pretesa di potere coniugare industria e natura, come se si chiamasse Philippe Starck a far disegnare una bomba perché la deflagrazione facesse meno vittime. Tradotto, come ha potuto la Società Svizzera convincere degli architetti a prestare la loro opera per un intervento così insostenibile?


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