Progettazione e Architettura

Certificazione, non basta ridurre i consumi

Paola Pierotti

CasaClima e Leed in cima al gradimento (e alle conoscenze) dei progettisti, che sono invece diffidenti nei confronti del solo attestato energetico

«Qualità certificata» e «Certificazione prestazionale». Sono questi i due temi che emergono da un'indagine sviluppata da Cresme e Federcostruzioni in collaborazione con il Consiglio nazionale degli architetti sullo stato dell'arte della professione e sulle opportunità future per il mercato dei professionisti.
La qualità e la certificazione. Su un campione di 260 progettisti è ancora la triade vitruviana (solidità, bellezza e utilità) a descrivere il concetto di qualità. «Scendendo nel dettaglio gli architetti del campione – si legge nella relazione del Cresme – pensano che la qualità di un progetto edilizio dipenda innanzitutto dalla fruibilità e dalla funzionalità degli spazi».
Per i progettisti intervistati è la certificazione di un ente terzo a garantire la qualità di un prodotto «ma un terzo dei progettisti non si fida delle certificazioni come sono fatte oggi in Italia». Solo il 10% pensa che le certificazioni siano solo un costo e il 45% dei professionisti coinvolti nell'indagine ritiene che sia «un elemento importante nella scelta o addirittura dichiara che dovrebbero averla tutte le case».
Per i tecnici le certificazioni più importanti sono quelle legate alla sicurezza strutturale, seguite da quelle che guardano agli aspetti legati al sistema energetico e ai consumi (impianto termico, idrico ed elettrico). Non passa inosservata comunque la qualità degli infissi e i materiali adoperati per le finiture.

Tra le certificazioni attualmente esistenti le più conosciute sono l'attestato di certificazione energetica (l'81% dei progettisti ne è a conoscenza), CasaClima (79%), il Protocollo Itaca (52%), lo standard Iso 14001 (49%) e la certificazione Leed (46%). Di queste quella preferita è la certificazione CasaClima (cui in media hanno dato un voto di 7 su 10 punti), un livello di apprezzamento molto simile lo riceve Leed (Leadership in energy and environmental design, certificazione americana oggi diffusa tramite i suoi affiliati). L'attestato di certificazione energetica invece non convince in pieno gli architetti che in media gli danno una sufficienza scarsa (5,7).
Tra le certificazioni di qualità complessiva che riguardano anche la gestione aziendale la più nota resta la norma Iso. Tuttavia il giudizio verso questa norma non è pienamente favorevole con una media di 5,6. Più lusinghiero il giudizio riservato a Icmq Sistema edificio e alla norma SA 8000 sulla responsabilità di impresa.


I progettisti intervistati sono in gran parte d'accordo sul fatto che la certificazione debba riguardare sia i processi produttivi, sia i prodotti che le prestazioni. «E una maggioranza ancora più ampia – dicono dal Cresme – pensa che la certificazione prestazionale sia l'ambito da far crescere maggiormente nei prossimi anni per dare importanza ai risultati». Secondo i progettisti questa certificazione, pensata a 360 gradi con attenzione al processo e al prodotto edilizio, potrebbe sostituire almeno in parte le altre forme di certificazione.
La qualità e la crisi.«Nelle certificazioni di qualità delle abitazioni – si legge nel documento Cresme-Federcostruzioni – i progettisti vorrebbero che il peso maggiore fosse attribuito agli aspetti legati all'efficienza energetica, alla tutela dei lavoratori e alla sostenibilità ambientale». Sei progettisti su dieci pensano che la certificazione degli edifici potrà rappresentare una buona opportunità di lavoro nei prossimi anni.
Restando in tema certificazioni e opportunità professionali, secondo il campione preso in esame con questa indagine, anche l'ipotesi di un libretto del fabbricato (un documento che contenga le informazioni rilevanti sul funzionamento e sulla manutenzione dell'edificio da aggiornare con controlli periodici) potrebbe rappresentare un'interessante occasione per i professionisti.
Dal documento non si ha una chiara lettura di quanto la crisi abbia pesato sulla ricerca di qualità ma quando la domanda si sposta sul successo dei prodotti di mercato, l'indicazione diventa più chiara: «la crisi favorisce i prodotti più economici – a scapito di quelli di maggiore qualità – per il 66% del campione».


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