Progettazione e Architettura

Gli italiani all'estero, visti da Ciorra, Molinari e Prestinenza Puglisi

a cura di P.P

Il network aiuta a esplorare il mondo ma l'occasione principale per emergere resta sempre Europan

Architetti Italiani all'estero? Solo 200 quelli bravi
«Gli architetti italiani all'estero sono un problema enorme in termini qualitativi e quantitativi. Gli italiani bravi che lavorano all'estero sono circa 200; facendo un calcolo approssimativo – dice Luigi Prestinenza Puglisi, critico di architettura, romano – sono in termini quantitativi pari a quelli più interessanti che lavorano in Italia». Non solo, «l'architettura italiana si fa soprattutto all'estero e gli studi italiani che in Italia hanno sempre meno lavoro mettono dei terminali all'estero, come i quarantenni n!studio, piuarch e Labics». Il vero tema per Prestinenza è proprio il rapporto con l'estero. L'identikit tipo? «Il percorso di maggior successo – dice Prestinenza – comincia con i programmi Erasmus e Leonardo. Gli italiani preferiscono i Paesi di lingua spagnola o inglese. I più giovani partono, i quarantenni cercano di aprire sedi distaccate». Prestinenza ha firmato il volume della collana «Italiarchitettura » (Utet), dedicato alle opere di progettisti italiani realizzate all'estero; e a Selinunte, in primavera, organizza l'evento «Partire, restare, tornare».

Nell'Est Europa sfruttando la rete
Siamo alla seconda generazione di architetti migranti. Per Luca Molinari, architetto e critico milanese, viviamo una «migrazione europea». «Dopo quella di fine anni '80 – spiega – in cui si andava fuori e si tornava nei Paesi di provincia riproponendo architetture tipiche di Paesi del Nord Europa, oggi, con l'era digitale, i social network e i voli low cost, gli effetti della migrazione
sono altri: le intelligenze più sveglie aprono studi fuori dal nostro Paese e tornano eventualmente per fare affari». Una situazione esasperata dalla crisi. «L'Italia si impoverisce di intelligenze ma grazie ai network i professionisti si sradicano e producono architetture europee che – dice Molinari – occhieggiano alle mode ma sono più accorte». La prima fase migratoria era verso Spagna, Portogallo, Olanda, Francia. «Oggi si va anche nell'Est europeo e in Germania, dove la sensibilità paesaggistica e ambientale è professionalizzante». Le sfide degli architetti europei? «L'ambiente, lavorare con budget risicati e massimizzare le risorse». Molinari osserva il fenomeno dal suo spazio milanese Fmg, dove ha organizzato diversi eventi sul tema.

Architetti migranti raccontati al Maxxi
Al Maxxi di Roma si lavora per una mostra dedicata agli architetti italiani che lavorano all'estero. «Documenterà – spiega Pippo Ciorra, architetto e curatore per la Fondazione Maxxi – un fenomeno che all'inizio poteva interpretarsi ottimisticamente come un prodotto della generazione Erasmus poi incrementatosi per la difficoltà per i giovani ambiziosi di fare in patria esperienze di alto livello». La selezione per la mostra, anticipa Ciorra, riguarda architetti con studi oltre confine e quelli che dall'Italia lavorano fuori. Tra i primi nomi anticipati da Ciorra ci sono i Lot Ek, Giulia Andi, Elisabetta Terragni, Benedetta Tagliabue. In mostra anche le storie, con voci e visi che
raccontano le esperienze dei migranti. «Prima si andava in Francia, Spagna e Olanda – dice Ciorra –. Ora si va in Cina e in Brasile: è cambiata la mappa del mercato delle costruzioni nel mondo». Come si accede a questi mercati? «L'aurea del designer italiano regge soprattutto
quando è legata al design degli interni e dei piccoli oggetti. Alcuni architetti si candidano a partner internazionali come specialisti, o ci si affianca alle aziende».


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