Progettazione e Architettura

Cina, india e Africa, nuove frontiere anticrisi

Paola Pierotti

Oltre i confini della generazione Erasmus, ecco le rotte dei talenti italiani nel mondo

Oltre i confini della generazione Erasmus, ecco le rotte dei talenti italiani nel mondo Non basta l'Europa, serve il planisfero per scovare i percorsi dei tanti architetti italiani espatriati per fare il proprio mestiere. Negli anni Novanta gli architetti migravano in Olanda, Spagna o Portogallo, per amore di quella ricerca sperimentata da maestri come Souto De Moura o Alvaro Siza. Oggi le mete preferite sono altre. Si tiene un faro puntato su Londra, che resta l'hub per l'architettura mondiale ma poi si guarda alla Svizzera o al Belgio, si punta sul sistema francese che offre sempre qualche opportunità certa e dà anche un sussidio agli architetti disoccupati.
Si guarda alla Germania per la sua attenzione, al passo con i tempi, al tema del paesaggio e del risparmio energetico. Ma le reti più interessanti sono quelle lunghe, oltre il continente.
In Spagna gli architetti italiani continuano a stare per la buona qualità della vita, ma non c'è lavoro: tanti studi hanno abbassato le serrande, non c'è lavoro né con il pubblico né con il privato. Idem in Portogallo. Non si vede traccia di quella prima generazione Erasmus che negli anni '80-'90 è andata all'estero con il pretesto dell'università, ma poi è tornata per importare nella provincia italiana lo stile olandese o quello spagnolo.
Oggi si è affacciata sul mercato internazionale la generazione degli architetti europei. Sono professionisti trentenni, e non solo, che mettono un piede fuori dall'Italia ma che dall'Europa guardano con attenzione che opportunità ci sono in Paesi come America latina, Cina, India e Africa.
Cercano i concorsi, costruiscono network e molto spesso non si spaventano di doversi presentare con proposte (anche gratuite) per guadagnarsi visibilità. Manca un sostegno
strutturato nel sistema paese e loro si auto-organizzano, condividono informazioni e inventano nuove strategie.
Quanti saranno? Nella sua analisi, Luigi Prestinenza Puglisi conta 200 bravi professionisti italiani
che hanno aperto un loro ufficio all'estero. Sono tanti di più se si contano le singole storie di architetti volati lontano non solo in Europa ma fino in Brasile o nel Middle Est.
La galassia degli architetti italiani all'estero si può disegnare attraverso
una capillare rete di contatti interpersonali, le numerose opportunità in essere
(molte in stand by a causa della crisi), con progetti frutto di concorsi o ancora
con le joint venture con colleghi di altri Paesi o con aziende. Tra le altre quella recente dei milanesi Metrogramma con gli americani Rossetti per proporre un prodotto integrato nel settore sportivo o ancora quella dei trentenni romani Biquadro con uno studio malese per tentare
di affacciarsi sul mercato asiatico.


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