Progettazione e Architettura

Ecco la nuova era della corporate architecture: dall'edificio-monumento all'edificio-paesaggio

Valerio Paolo Mosco

Solo l'Ati formata dallo studio romano e dall'archistar Usa ha compreso l'evoluzione in atto nell'architettura corporate: dai freestanding building agli edifici che si inseriscono armonicamente nel paesaggio

Vedendoli tutti insieme, in mostra alla Triennale a Milano, i diversi progetti si capisce perché Thom Mayne con Nemesi abbiano vinto il prestigioso concorso per la nuova sede dell'Eni a Matanopoli, alla periferia di Milano. Mayne e Nemesi infatti interpretano il tema della nuova sede, e per estensione quello di una corporate architecture, perseguendo una strada che gli altri concorrenti non hanno considerato.
Scorriamo velocemente i progetti, partendo dai peggiori. Tra questi spicca quello di Kpmb con, a seguire, quello del sempre più deludente UN-Studio, poi HOK e un po' meglio, ma di poco, BIG.
Tutti questi scelgono di attenersi alla peggiore tradizione corporate architecture, quella dell'International Style fine anni '50 in cui l'edificio campeggia orgoglioso e solitario come una reclame nel nulla, come un freestanding building. Anche quando come nel caso di UN-Studio, BIG e HOK non si può parlare di edificio singolo vero e proprio ma di una corona di elementi edilizi, non siamo molto lontani da questa ipotesi duramente contestata dai critici post-moderni come Vincent Scully e Charkles Jencks (siamo tra gli anni '60 e '70!) che additavano i freestanding building come responsabili della devastazione del paesaggio delle downtown statunitensi. Fatto vero, anche se sia Scully che Jencks come pure Wolfe, dimenticavano di dire che forse più danni li stava facendo lo sprawl residenziale.
Diverso nelle apparenze ma non nella sostanza è l'approccio di Mario Bellini e Richard Meier. In questo caso siamo di fronte ancora una volta a corporate architecture da catalogo, vista e conosciuta ormai da mezzo secolo con l'alternativa che al posto dell'edificio solitario in questo caso abbiamo una famiglia di edifici relazionati tra loro in maniera tale da costituire un compound. Nel caso di Bellini la scelta è quella di organizzare il tutto su di un asse pedonale inquadrato da un enfilade di impattanti edifici, un asse misterioso che dal niente porta al nulla.
Più sapiente, sebbene compilativa, la proposta di Meier che addensa tra loro i corpi di fabbrica quasi a configurare in alzato una stratigrafia edilizia. Nel tempo il modernismo bianco di Meier ha perso la carica propulsiva dei primi anni '70, così le sue architetture ormai svelano il loro acconciare il purismo del primo Le Corbusier all'infinito, un'operazione manierista entrata ormai da tempo in soporifera ridondanza.
La migliore delle proposte che cercano attraverso la disposizione dei corpi di fabbrica di dar vita a un effetto urbano è quella Cino Zucchi e Happold. In questo caso gli edifici sono trattati come delle efflorescenze edilizie, delle morbide forme organiche tenute insieme tra loro da una pensilina continua a livello del terreno che ricorda i grandi progetti di Niemeyer alla fine degli anni '50. Zucchi e Happold accettano quindi il principio del freestanding building ma lo confezionano in maniera tale da travasare l'interesse dalla forma degli edifici alla configurazione dello spazio pubblico di relazione tra essi. A terra quindi un mondo familiare e persino domestico; e in alzato invece quella che invece sarebbe dovuta essere la forza assertiva dei corpi di fabbrica. Ma la magia non riesce: il connettivo pedonale, appare garbatamente scontato e più che altro le torri ricadono, con i loro rivestimenti frettolosamente decorati, in una configurazione che non trova i dispositivi figurativi per affermare le sue ragioni.
Sfacciata, al limite dell'anti-grazioso è invece la proposta di Perrault. Come Jean Nouvel nella sede della fabbrica Brembo, Perrault propone un edificio double face: da una parte un corpo di volumi scalettati in acciaio e vetro, dall'altra una cascata di grandi pannelli che appaiono come caduti da una catasta mal disposta. In un improbabile metamorfosi formale i pannelli crollati diventano a terra il parco. La proposta, come le proposte romantiche non riuscite, appare eccessiva e affettata. Il grande romanticismo, si sa, deve partire dal semplice, persino dall'ovvio, pena il rischio di un'enfasi che inevitabilmente scade nel kitsch. Perrault e anche Nouvel, tutto ciò l'hanno da tempo dimenticato ed è un peccato.
La proposta mancata, quella che non ha avuto il coraggio della sua stessa forza implicita, è quella di Maffei e Isozaki. L'idea di una grande pensilina ambientale come riedizione ammaestrata delle cupole di ambientali di Buckminster-Fuller, torna spesso nel contemporaneo. Viene in mente il magnifico primo progetto di Foster per il Reichstag a Berlino, un progetto purtroppo aborrito per una più iconica e consolatoria cupola. Maffei ed Isozaki, nonostante la forza del segno, si fermano però a uno schematismo affrettato e come tale non convincente: vedendo il grande segno si aspettano infatti maggiori informazioni, ma le richieste rimangono inevase e così anche le aspettative. Per ultimo il progetto vincitore che ha il pregio di interpretare il tema con ammiccante chiarezza.
Per Mayne e Nemesi, infatti, una corporate architecture dei nostri tempi deve essere un paesaggio, o meglio uno scenario conchiuso, un luogo altro rispetto a ciò che intorno, un'alternativa vagamente edenica, dove natura e architettura possono essere finalmente necessarie l'una all'altra. D'altronde il controllo che le company hanno dei loro spazi permette almeno un frammento di questa utopia. Il progetto allora si configura come un giardino romantico circoscritto da una costellazione di edifici a contorno traforati, filigranati, trattati come scultura plastica o filamento organico, tutto ciò nell'ormai noto stile Morphosis.
La scena è a se stante, ritagliata dall'esterno da un rilevato anulare e l'impressione che se ne ha dai disegni è quella di un luogo più vasto di quello che realmente è. Mayne e Nemesi sono dunque coloro i quali interpretano al meglio il tema, trasfigurando il freestanding building del passato in progetto di paesaggio. Ciò che invece lascia perplessi, in questo come negli altri progetti di Mayne, è l'overdesigned, l'accanimento di segni esplicitamente ridondanti al limite della bulimia. Un atteggiamento formale che a mio avviso fa parte di un passato (gli anni '90) in cui si pensava che l'architettura, come il modello di sviluppo, potesse essere a risorse infinite.
Speriamo che in fase di specifica il progetto si asciughi anche perchè seguendo una dieta mirata il tema, ovvero la corporate architecture come scenario ambientale, potrebbe uscire fuori con maggiore efficacia.


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