Progettazione e Architettura

L'edificio tutto (e solo) facciata? In architettura c'è dell'altro

Valerio Paolo Mosco

La facciata del nuovo complesso da poco inaugurato nell'area nord-est di Milano si presenta come un parallelepipedo di cinque piani di 100 metri di lunghezza e 23 metri di profondità

Barreca e La Varra hanno appena completato l'edificio B5 del complesso RCS-Mediagroup a nord-est di Milano. L'edificio fa parte di un complesso progettato con Stefano Boeri nel 2008. Il masterplan è costituito da una corte aperta con una torre a chiudere di 18 piani terminata tempo fa da Studio Boeri; di questo complesso il B5 costituisce un'ala. Esso si presenta come un parallelepipedo di cinque piani di quasi cento metri di lunghezza per una profondità del corpo di fabbrica di 23 metri. Come sempre più spesso accade negli edifici per ufficio il corpo di fabbrica è al suo interno tripartito con un blocco centrale di 6 metri di larghezza che ospita i servizi e le risalite. La struttura segue la conformazione tripartita così da avere un passo a maglia quadrata di circa 7 metri di lato, un passo che permette travi molto basse e conseguentemente massima disponibilità di interpiano. L'elemento caratterizzante questa corporate architecture è come spesso accade in questo genere di architetture, la facciata. L'edificio infatti è un involucro vetrato avvolgente ed ermetico costituito da lastre in vetro serigrafate e colorate che nell'imbotte delle finestre ospitano delle lastre trasversali sempre in vetro che fungono da frangisole. Il davanzale esterno, le imbotti laterali e superiori, le fasce marcapiano sono realizzate con lastre monolitiche in vetro temperato e serigrafato di 8 mm di spessore; esse sono fissate ad una sottostruttura in profili di alluminio pre-verniciato fissati alla facciata; l'ancoraggio tra i vetri e la struttura è garantito da una siliconatura tra i suddetti profili e quelli invece attaccati agli elementi in vetro. I brise soleil in aggetto, che i progettisti chiamano "a pinna", è composto da un sandwich di lastre accostate con fuga da 10 mm non sigillata. Del tutto tradizionali invece i serramenti in alluminio a taglio termico ognuno dei quali è composto da una parte bassa fissa con funzione di parapetto e una superiore apribile per la manutenzione e la pulizia. Ciò per quel che riguarda i dati tecnici.
Per quel che riguarda invece la filosofia progettuale è adeguato riferirsi ad un libro da poco uscito per Skirà sull'opera di Barreca e La Varra a cura di Moreno Gentili dal significativo titolo «Questioni di facciata». Il libro comprende oltre alle opere più propriamente dei progettisti anche quelle realizzate dagli stessi con Studio Boeri.
La tesi, per altro non nuova, è che la facciata è l'anima dell'edificio e ciò essenzialmente per due ragioni: la prima è l'importanza rappresentativa dell'edificio, la seconda è l'importanza ambientale e tecnica di una morfologia a cui di fatto è affidato il comfort interno dell'edificio. Inoltre, aggiungiamo noi, il ridurre l'architettura a una questione di facciata appare un atteggiamento realistico che va incontro a una committenza che ormai, specialmente per quel che riguarda gli edifici per uffici, vuole e impone la massima flessibilità interna. Vincent Scully all'epoca del gran successo dell'architettura in acciaio e vetro prefigurata da Mies, è stato uno dei primi critici nei confronti di un'attitudine che come andava affermando, riduceva l'architettura a packaging. Critica ancora valida, ma c'è packaging e packaging. Quello di Barreca e La Varra è sicuramente di valore: in esso rivive la tradizione compositiva grafica di grandi progettisti milanesi come Asnago e Vender, Nizzoli, Albini e Gardella. Tutti loro, influenzati dall'astrattismo milanese di Rho, Munari e Radice, hanno lavorato sulla superfici, sul ritmo, la cadenza, l'allitterazione della stessa, con risultati notevoli, da tempo patrimonio dell'architettura italiana.
Ma la domanda rimane: può essere l'architettura ridotta a questione di facciata? Chi scrive, seppure apprezzando l'elegante decoro ritmico dell'edificio B5, non lo pensa, anzi non lo vuole accettare.


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