Progettazione e Architettura

La lentezza dei cantieri mina la qualità

Luigi Prestinenza Puglisi

I progettisti italiani ormai lavorano con standard europei, ma le opere spesso sembrano figlie di un'altra epoca a causa della lentezza dei lavori

Quando giudichiamo lo stato di salute dell'architettura italiana dovremo fare, almeno per quanto riguarda le grandi opere pubbliche, come gli astronomi quando giudicano la storia delle stelle lontane anni luce. E cioè sapere che il segnale giunto oggi ci rivela fatti ed eventi che nelle stelle si sono svolti tempo prima.
Infatti, le due grandi opere di architettura selezionate per questa sintesi annuale, sebbene siano state completate (o meglio sarebbe dire: inaugurate) nel 2011, sono state progettate a millennio appena iniziato. Allora il mondo era diverso: non era ancora scoppiata la crisi economica, non si sapeva cosa fosse lo spread, lo star system produceva i suoi lavori migliori e in Italia ancora esisteva la contrapposizione tra coloro che volevano ammodernarla e chi invece predicava di tornare all'identità italiana.
Non facciamo fatica, oggi, a vedere che la Stazione Tiburtina deve molto a un'epoca conclusa. Per esempio non possiamo notare la somiglianza del tetto aggettante con quello dell'edificio a Lucerna di Jean Nouvel. Così come di ponti simili a quello di Buro Happold a Roma, che è un buon lavoro ma certo non un capolavoro, se ne vedono in giro oramai diversi per il mondo.
Ciò non credo sia una colpa dei progettisti ma di un sistema lumacoide che non fa che peggiorare. Prima valeva la regola del dieci: nel senso che servivano almeno dieci anni per realizzare un'opera pubblica. Oggi pare che la regola sia diventata del quindici e, nelle realtà meridionali, del venticinque.
Per non parlare di grandissimi progetti, come il Ponte di Messina, che, se si realizzassero, deluderebbero profondamente il sottoscritto, non perché personalmente non li abbia desiderati, ma perché ci si toglierebbe un argomento ricorrente e periodico di conversazione al quale oramai ci siamo abituati.
In questa selezione di «Progetti e Concorsi» si noterà che figurano poche opere realizzate nel suolo patrio da progettisti stranieri. Credo che ciò derivi da due ragioni. La prima è che se ne completano sempre di meno o almeno non tante quanto si temeva alcuni anni fa quando fu lanciato l'allarme invasione. La seconda ragione è che, quando costruite, queste opere non spiccano particolarmente rispetto a quelle disegnate da progettisti italiani. Segno, forse, che alcune star disegnano lavori per l'Italia con la mano sinistra ma segno anche che la nostra produzione almeno per qualità, come si suole dire e senza nessun gioco di parole, tiene botta perché i progettisti italiani si sono abituati a lavorare con standard europei. E difatti stanno acquistando quote crescenti di commesse all'estero. Il progetto di n!studio in Francia è un esempio tra i numerosi che si sarebbero potuti citare. È crescente, inoltre, il numero di studi composti da soci tutti italiani o di partnership transnazionali con prevalenza di italiani che hanno sede fuori dai confini nazionali.
Anche quest'anno il tema prevalente è stato il risparmio energetico. Nel senso che non si legge relazione tecnica di un progetto in cui non sia sottolineato fino alla nausea il valore ecologico del fabbricato. Si tratta oramai di una moda ma che, come tutte le mode, evidenzia un bisogno crescente di corretto rapporto con la natura e, insieme, di umanizzazione del mondo della produzione. Metalli e vetrate continue vanno sempre di meno, mentre trionfa il legno. Sono in crisi le forme avveniristiche, mentre vediamo edifici misurati, eleganti e non alieni da preziosismi in chiave soft. All'estetica del sublime è subentrata quella del pittoresco. Tre lavori di questa selezione mi sembrano particolarmente significativi: il complesso residenziale di C+S a Pordenone, la nuova sede Salewa a Bolzano di Cino Zucchi e Park Associati, la Domus Technica a Brescello di Iotti e Pavarani. Quest'ultima ha vinto i più importanti premi nazionali: InArch Ance e Fondazione Renzo Piano a un'opera realizzata da progettisti under 40. Segno che l'high touch tira e convince. Forse, a mio sommesso parere, anche troppo.


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