Progettazione e Architettura

Un «responsabile» per le infrastrutture in cerca di estetica

Valerio Paolo Mosco

L'architettura delle infrastrutture ormai da tempo è un tema maturo, con un proprio statuto e delle proprie finalità. Eppure i risultati – con alcune felici eccezioni in ambito urbano, come il Ponte della Musica appena inaugurato a Roma – non sono particolarmente rilevanti, specialmente in Italia. Lasciamo da parte il giudizio su delle operazioni che hanno ormai degli anni alle spalle, come la Tav, e concentriamoci su ciò che è e ciò che dovrebbe probabilmente essere l'architettura delle infrastrutture in termini più astratti.
Quest'ultima nasce negli anni '60 in ambito anglosassone con gli studi di Lynch, Banham e Tunnard e Pushkarev che aprono un nuovo ciclo secondo il quale questo genere di architettura non coincide con il manufatto, bensì con il territorio in cui esso insiste. In altre parole attraverso di loro l'infrastruttura è diventata paesaggio, agricolo, semi-urbano e urbano che sia. Non è un caso quindi che l'Italia, non avendo di fatto accettato questo paradigma, ha visto dagli anni '70 l'inesorabile e veloce declino della propria ingegneria civile. Ci sono poi altre cause che hanno portato al declino. Innanzitutto una committenza, quella pubblica, che non ha saputo attivare dei meccanismi burocratici ed economici adeguati ai nuovi tempi e per ultimo la patologica diffidenza nei confronti delle opere di ingegneria che ormai ha del patologico. A coronare il tutto il crollo delle commesse derivato dalla ben nota situazione dei conti pubblici nazionali. Ma concentriamoci per ora sugli aspetti più specificatamente tecnici.
Allo stato attuale esistono diversi ambiti su cui lavorare. Il primo è quello estetico. La committenza pubblica dovrebbe imporsi la questione estetica come fondamentale. Ciò potrebbe essere fatto con l'instaurazione di una figura come il responsabile unico del procedimento «estetico», che segua sin dall'inizio non solo la qualità dell'opera, ma l'ambientazione della stessa nel territorio. Questa figura, che dovrebbe avere potere e celeri possibilità operative, potrebbe per le grandi opere essere nominata a livello regionale.
Per ultimo una veloce annotazione su quello che ancora oggi è il più nobile dei temi dell'architettura delle infrastrutture: i ponti. Mettiamo tra parentesi la grottesca operazione Ponte di Messina e concentriamoci sui ponti italiani realizzati negli ultimi tempi. Non mancano delle opere stimabili, Petrangeli, Siviero e Majowiecki lo dimostrano, ma in generale si ha l'impressione che le tipologie usate seguano quelle di un International style sempre più corrivo. Stupisce come ciò accada proprio in Italia, un Paese dove cinquanta anni fa c'era una vera e propria competizione sul tema, in cui progettisti di calibro erano impegnati nella messa a punto di prototipi di alta fattura, personali e autoriali (Morandi, Zorzi, Favini, Musmeci…). Questa spinta propulsiva della ricerca estetica si è interrotta. Molti affermano che per far risorgere quella stagione bisognerebbe avere più soldi, chiarire finalmente le procedure e le responsabilità delle opere pubbliche e più che altro allentare quella nevrosi alla codificazione legislativa che ha quasi annientato la creatività nella progettazione dei ponti. Sicuramente vero, ma rimane il fatto che l'esaltazione incondizionata dei modelli di importazione e la scarsa preparazione architettonica degli ingegneri contribuisce in maniera determinante all'odierno empasse.


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