Progettazione e Architettura

L'idea che manca e che Alemanno
deve trovare

Massimo Frontera

Nove mesi fa l'amministrazione ha dato la possibilità di densificare ma finora non c'è stata risposta

Dovevano essere delle "città nella città" all'interno del grande magma urbanistico della capitale, ciascuna con un carattere peculiare, un calibrato mix di residenze, funzioni pubbliche e private, servizi e negozi, concepite per convincere i residenti che non esiste solo via del Corso e Trastevere per lo struscio.
L'idea delle cosiddette centralità – grandi aree private e pubbliche nella cintura periferica della città – era proprio questa: contrastare la magmatica e indistinta espansione edilizia di Roma con quartieri progettati per avere un'anima, una forza attrattiva, un carattere, e per dare senso e dignità ai contesti periferici in cui venivano progettate. Detto in altro modo, la centralità doveva essere qualcosa di diverso da una distesa di palazzi e palazzine ai piedi del mega-centro commerciale o del super cinema.
Dovevano essere case, ma anche piazze, servizi, cultura, biodiversità urbana, magari campi di sperimentazione per ecoquartieri innovativi, occasione per favorire una buona architettura contemporanea. A monte di questa idea (partorita dalle scorse Giunte di centro-sinistra guidate da Francesco Rutelli e Walter Veltroni) ce n'era un'altra, che era – implicitamente – una risposta all'idea di una città che come Roma continua a espandersi nel suo vasto territorio.
L'idea era appunto quella che l'espansione indistinta dovesse evolvere in una multipolarità, in una serie appunto di piccoli centri gravitazionali. È soprattutto questa idea che oggi mostra tutta la sua debolezza. Diciamo pure il suo fallimento, come spiegano i due quarantenni architetti romani dello studio Labics – Claudia Clemente e Francesco Isidori – nel loro «Manifesto per Roma», pubblicato integralmente nella pagina qui a fianco. Una riflessione che nasce da un confronto ravvicinato al tema della centralità, essendo lo studio Labics progettista di una di queste centralità private (Torre Spaccata, che fa capo a Fintecna e ad altri immobiliaristi). Il manifesto di Labics, peraltro, viene strategicamente offerto all'opinione pubblica nel momento in cui già la politica romana ha il pensiero alle prossime elezioni amministrative del 2013.
Ma al di là delle inevitabili implicazioni di politica locale, il tema riguarda più in generale la città e il suo sviluppo, i cittadini e il loro futuro, l'economia e i servizi, l'architettura, le reti. Le città continueranno a essere la "casa" privilegiata dell'umanità, non solo occidentale. Una riflessione su uno sviluppo che voglia essere un minimo governato non può non tenerne conto.
Anche perché – tornando a Roma – è palese che l'idea delle centralità sia fallita. Lo dicono sia quelle già in fase di realizzazione (come alla Bufalotta o all'Eur), e in cui prendono forma grandi contenitori impersonali di ambiti residenziali che gravitano attorno a mega-centri commerciali. E lo dice l'immobilismo sulle centralità ancora da pianificare.
L'ultimo segnale di vita risale a nove mesi fa, quando l'assessore capitolino all'Urbanistica, Marco Corsini, venne incontro alle istanze dei proprietari-sviluppatori delle centralità da pianificare aprendo a una «possibile densificazione per l'attuazione di otto centralità urbane e metropolitane» ancora da pianificare.
Cosa è successo fino a oggi? Nulla. Nessun privato ha presentato al Comune i nuovi Sap "densificati" (schema di assetto preliminare), sorta di masterplan urbanistico-edilizio per lo sviluppo dell'area.
Problemi di soldi o carenza di idee? O tutte e due le cose?


© RIPRODUZIONE RISERVATA