Progettazione e Architettura

Snøhetta a Roma: l'architettura
è uno strumento

Paola Pierotti

Tre concorsi internazionali, quello per la biblioteca Alexandrina, quello per il nuovo teatro dell'Opera di Oslo e ancora quello per il Memoriale di Ground Zero a New York, sono le punte di diamante dello studio Snøhetta che è sbarcato a Roma con una mostra che racconta i primi vent'anni di attività del gruppo norvegese.
La mostra resterà allestita al Macro Testaccio di Roma fino al 14 agosto e sarà l'unica tappa italiana di un tour mondiale della mostra che la Norvegia ha voluto dedicare allo studio-icona della sua architettura contemporanea.
Due fondatori, Craig Dykers (americano) e Kjetl Trædal Thorsen (norvegese) a cui oggi si sono aggiunti quattro partner e 115 persone. Due basi: una a Oslo l'altra a New York. È questo l'identikit di un team che prende il nome di una delle cime più alta della Norvegia (dove ogni anno lo studio si reca per una giornata di trekking).
La chiave del loro successo sta nell'idea di fondere architettura e paesaggio ma soprattutto nel metodo di lavoro che tende a valorizzare il gioco di squadra.
«Quello di Snøhetta è un ufficio collettivo, il valore del singolo deve sempre dare un contributo al gruppo – spiega Antonello Alici, Università Politecnica delle Marche, curatore della mostra italiana –. Nello studio di Oslo è stata allestita un'ala con un palcoscenico e ogni lunedì mattina si tiene un meeting con tutti i collaboratori per fare il punto su tutti i progetti in itinere».
Questo studio, entrato tra le archistar per il successo nelle competizioni internazionali, difende il valore della contemporaneità ma è attento al genius loci. «Quello che conta non è tanto l'architettura digitale, piuttosto il controllo che la mente umana può fare del mondo digitale». Per Kjetl Trædal Thorsen «l'architettura va interpretata più come uno strumento che come design in senso assoluto. Abbiamo lavorato nei Paesi arabi perché ci è stata offerta la possibilità di fare un progetto che poteva essere un contributo per quella società, il primo edificio dove potevano convivere uomini e donne insieme».
Prima del debutto a scala mondiale Snøhetta aveva già ottenuto i primi riconoscimenti in patria. Nel 1989 ha partecipato al concorso internazionale per la biblioteca di Alessandria d'Egitto e ha vinto superando nomi eccellenti. Alla sua inaugurazione nel 2002 il progetto ha conquistato pubblico e critica per la sua forma simile a un disco che sta emergendo dal terreno, per l'organizzazione del contesto, per la scelta dei materiali, per l'attenzione all'eco-compatibilità, per la grande vivibilità dell'interno, per la poesia del muro di pietra con l'intervento grafico di un'artista norvegese.
Il lavoro di Snøhetta arriva a Roma nella mostra prodotta dal museo nazionale di arte, architettura e design di Oslo e commissionata dal ministero degli Affari esteri norvegese. Plastici, film, disegni e fotografie si concentrano sui progetti più significativi, partendo dalla biblioteca di Alessandria d'Egitto fino alla più recente e iper-premiata Opera House di Oslo, concepita come un paesaggio urbano artificiale. In mostra non mancano i plastici e i disegni che riproducono le forme organiche del King Abdulaziz Centre for Knowledge and Culture in Sud Arabia, il padiglione del Memoriale dell'11 settembre a New York (in costruzione), fino all'incredibile «tromba» in membrana plastica ideata come padiglione smontabile per il più importante festival di jazz in Norvegia.
La mostra è arricchita anche da un tavolo multitouch: una divertente occasione interattiva per scoprire un centinaio di progetti firmati dallo studio.
Nello stesso spazio del Macro Testaccio alla retrospettiva sullo studio Snøhetta è stata affiancata un'altra mostra curata da Gennaro Postiglione e Nicola Flora che ripropone i contenuti del numero della rivista Area 116 dedicata alla Norvegia. Si tratta del lavoro di oltre 20 studi di architettura norvegesi: da Knut Hjeltnes a Carl-Viggo Hølmebakk, da Reiulf Ramstad a Jensen&Skodvin, da Space Group a Bkark. «Eredi, in modo diverso, della lezione di Sverre Fehn, il grande maestro recentemente scomparso e – come dicono i curatori – della capacità tutta nordica di saper coniugare locale e globale con estrema libertà e ironia, sfruttando al meglio le possibilità offerte da un Paese che ha sempre creduto nell'investimento sui giovani e nella promozione dell'architettura».


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