Progettazione e Architettura

La cultura? È un'industria da 5% del Pil

Paola Pierotti


L'industria della cultura in Italia vale il 5% della ricchezza prodotta dal Paese (68 miliardi di euro) e dà lavoro a un milione e mezzo di persone (5,7% dell'occupazione nazionale). Il sistema produttivo culturale è un settore integrato e trasversale all'intera economia nazionale, e trova terreno fertile soprattutto nell'area del Nordovest. È questo l'esito del censimento realizzato da Unioncamere e Fondazione Symbola sullo stato della produzione culturale in Italia, un bilancio positivo presentato la settimana scorsa a Montepulciano, in Toscana.
La ricerca non riguarda il patrimonio storico del Paese, i beni culturali da gestire e conservare, ma dà uno spaccato del prodotto interno lordo letto in chiave culturale, spazia a tutto campo nel territorio nazionale e conta in modo capillare le centinaia di festival tematici e le tante esperienze che riguardano il mondo del cinema, degli spettacoli, la produzione di libri e videogiochi, l'artigianato, il design e la comunicazione. «Abbiamo censito tutte le attività che riguardano la produzione culturale del made in Italy. Creatività a tutto campo – spiega Ermete Realacci, presidente di Symbola – che non tiene conto della spesa pubblica. In ogni area geografica prevalgono elementi diversi. Arezzo ha vinto la palma di provincia in cui la cultura produce più ricchezza, grazie alla forte componente dell'artigianato artistico; regioni come Veneto e Marche si sono distinte grazie alla loro vocazione imprenditoriale legata al made in Italy. Per quanto riguarda le città, Roma sta nella top list grazie a un mix di attività, dove all'arte si unisce il cinema e l'editoria, a Milano pesano il design e la moda».
La crescita dell'industria creativa è stata trainante soprattutto nel settore del design e della produzione di stile (+8,2% di valore aggiunto e +3,1% di occupazione), seguita dalla comunicazione e dal branding (+3,1%) e dalle attività legate alla progettazione architettonica (+4%). La ricerca Unioncamere-Symbola realizzata con l'istituto Tagliacarne dimostra con i numeri che «con la cultura si mangia» e che questa industria può essere una leva per dare fiato a un Paese in apnea. Nel triennio nero 2007-2010 il valore aggiunto delle imprese del settore cultura è stato del 3%, dieci volte tanto l'economia italiana nel suo complesso (0,3%). Dato che si è riflettuto negli occupati, saliti di quasi un punto in percentuale (+0,9% con 13mila posti) a fronte di una pesante flessione del 2,1% a livello complessivo.
La ricerca propone una lettura del fermento italiano che si muove nei centri di ricerca delle grandi industrie e nelle botteghe artigiane, dalle Fondazioni agli studi professionali, dalle occhialerie di Belluno al migliaio di emittenti radiofoniche diffuse in tutto il territorio, ancora, dal settore della nautica di Lucca ai musei dell'arte e architettura contemporanea come il Marco e il Maxxi a Roma. «Se l'Italia vuole essere un Paese competitivo – ha commentato Realacci – deve scommettere sulla cultura. Bisogna lavorare sulla materia che la storia ci ha consegnato per renderla viva. Bisogna far fruttare i talenti».


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