Progettazione e Architettura

Vincitore più forte con il giurato unico e autorevole

Luigi Prestinenza Puglisi (Presidente dell'Associazione italiana di Architettura e critica)


Esistono in Italia premi destinati a valorizzare il lavoro dei giovani architetti: tra questi l'Inarch Ance e la medaglia d'oro della Triennale. Sono strutturati secondo un modello in cui gli advisor segnalano le opere ritenute meritevoli a una giuria di architetti e critici la quale sulla base delle segnalazioni decide i vincitori.
Il premio Fondazione Renzo Piano, organizzato con l'Associazione italiana di Architettura e critica, ha invece un solo giurato, Renzo Piano, che proclama vincitrice un'opera realizzata da un architetto under 40 scegliendola tra una rosa di dodici. Queste a loro volta sono state selezionate da un gruppo di giovani che le hanno prescelte tra tutte quelle liberamente arrivate. Un tale modello ritengo funzioni meglio perché sfugge alla legge di Jameson secondo la quale più le giurie sono composite e più c'è la possibilità che a essere premiato non sia il soggetto o il lavoro più brillante quanto quello che meno urta le suscettibilità di tutti. Ma soprattutto perché un premio direttamente assegnato dal migliore dei progettisti italiani è fonte di soddisfazione e di forza. Di soddisfazione perché si è stati individuati direttamente da una persona e non da un comitato. Di forza perché l'investitura sia pure ideale da un architetto così universalmente riconosciuto può essere d'aiuto nelle interminabili vicende della professione giocate spesso contro committenti, enti pubblici, soprintendenze e ambientalisti di ogni genere sempre pronte a fare la voce grossa contro gli architetti giovani e poco conosciuti.
Cosa è emerso da questo primo premio Piano? Innanzitutto che gli architetti realizzano tardi opere di un certo impegno. Le oltre settanta costruzioni presentate portano la firma di autori prossimi ai quaranta. Fissare, come sarebbe stato in teoria più giusto e come all'inizio avevamo ipotizzato, la soglia ai 35 anni, sarebbe stato irrealistico.
Anche perché completare opere di un certo impegno richiede tempo: in fondo lo stesso Piano e Rogers, citati sempre come enfant prodige dell'architettura, inaugurarono il Pompidou dopo sei anni dal concorso quando uno dei due aveva già superato i quaranta.
Secondo: sono sempre più numerosi gli studi di italiani che lavorano all'estero, anche in pianta stabile. Uno dei due secondi ex aequo, Arcò, ha realizzato in Africa e l'altro, Carlo Ratti, oltre ad aver realizzato in Spagna ha oramai la sede principale negli Stati Uniti.
Terzo: è finita la stagione delle certezze. Anche tecnologiche. Oggi si lavora con tutto. Con l'high-tech come ha mostrato Carlo Ratti, con il low tech come ha fatto Arcò e con il medium-tech come nel progetto vincitore di Iotti e Pavarani. Motivo di ottimismo? Perché no? Anche questo premio dimostra la scarsità non dei talenti quanto piuttosto delle occasioni.


© RIPRODUZIONE RISERVATA