Progettazione e Architettura

Ateneo-progettista, no da Palazzo Spada

Massimo Frontera

I giudici dicono stop alle università attive nel mercato dei servizi. Esultano Oice e gli Ordini di ingegneri e architetti: «Era concorrenza sleale»


Vita sempre più difficile per gli Atenei imprenditori. L'ultima tegola è arrivata dalla sentenza del Consiglio di Stato (10/2010), che si è pronunciato, in adunanza plenaria, su una società ad hoc creata dallo Iuav di Venezia per svolgere varie attività economiche, inclusi i servizi di progettazione.
LA SENTENZA
La sentenza – a parte le intricate e specifiche vicende dell'Ateneo veneziano – ha una portata generale; e va ben oltre i paletti fissati appena lo scorso ottobre dall'Autorità di vigilanza sugli appalti pubblici sullo stesso tema.
Di fatto, il Consiglio di Stato boccia l'attività imprenditoriale di mercato a scopo di lucro, ammettendo solo quella «strettamente strumentale alle finalità istituzionali dell'Ente, che sono la ricerca e l'insegnamento, nel senso che giova al progresso della ricerca e dell'insegnamento, o procaccia risorse economiche da destinare a ricerca e insegnamento».
Lo scorso ottobre del 2010, l'Autorità di vigilanza sugli appalti era stata meno severa, ammettendo le attività lucrative degli Atenei «compatibili con lo svolgimento della funzione scientifica e didattica». Questo punto viene oggi superato da Palazzo Spada, che dice: «L'attività di ricerca e consulenza, anche se in favore di enti pubblici, non può essere indiscriminata, solo perché compatibile, ma deve essere strettamente strumentale». «Non si può pertanto trattare di un'attività lucrativa fine a se stessa – prosegue la sentenza – perché l'Università è e rimane un ente senza fini di lucro».
LE REAZIONI
«Bene, era ora», giubila Ivan Ceola, presidente dell'Ordine degli ingegneri di Venezia, il primo a ricorrere al Tar, seguito dagli ordini provinciali degli architetti del Veneto, che hanno aderito in blocco alla battaglia legale, con l'unica eccezione proprio dell'Ordine di Venezia. Il contenzioso parte nel 2005, con quattro ricorsi complessivi, che solo ora approdano a una conclusione. «Il Consiglio di Stato ha definitivamente escluso le Università da qualsiasi attività che non sia istituzionale, di studio, ricerca e insegnamento – sottolinea Ceola –. Basta con le attività professionali e concorrenziali nei confronti di ingegneri e società».
Sentenza positiva anche secondo il presidente degli architetti di Padova, Giuseppe Cappochin, perché «altrimenti l'Università diventa una pesante concorrenza sleale con una società che ha alle spalle un'intera Università, che oltretutto utilizza sussidi pubblici e studenti».
Soddisfatta anche l'Oice, l'associazione delle società di ingegneria. «Una università che faccia il suo mestiere è una tesi che portiamo avanti da tempo. Non possiamo che essere contenti», dice il presidente Braccio Oddi Baglioni. «Si sta consolidando una giurisprudenza – aggiunge –: l'Ateneo deve fare il suo mestiere, che è quello di insegnare e fare ricerca. Può eventualmente fare ricerca su alcuni ambiti e oggetti specifici a cavallo tra professione e ricerca, nel campo dell'urbanistica e dell'edilizia». Per esempio? «Ad esempio – risponde il presidente dell'Oice – nel caso di uno studio su un certo tipo di tamponamento che abbassa i consumi energetici; ma l'Università deve fermarsi lì, altrimenti è una concorrenza sleale».
Restano dei margini di ambiguità o degli spazi di manovra?
«Una sentenza – risponde il presidente Oice – può interpretare una norma, e in questo caso l'ha fatto in senso restrittivo e siamo contenti, ma non può cambiarla. La nostra battaglia è quella di cambiare le norme».
Sentenza positiva anche per gli ingegneri. «È stato chiarito che le attività a scopo di lucro non sono compatibili con gli Atenei, che restano enti deputati alla ricerca e all'insegnamento», sottolinea Gianni Rolando, presidente del Consiglio nazionale ingegneri». «Ora però – aggiunge – bisogna capire bene e vigilare sui limiti all'attività di queste società». Un esempio? «Le verifiche antisimiche, che le Università possono fare con prove in laboratorio; poi però ci attaccano anche le prestazioni professionali, che invece fanno parte di un mercato. La sentenza non entra nel merito di questo confine, che quindi va monitorato e definito».


© RIPRODUZIONE RISERVATA