Progettazione e Architettura


Tocca a noi
fare proposte
coraggiose

francesco Orofino


In Italia la parola liberalizzazioni si associa oramai alla richiesta di abolizione degli Ordini.
La risposta a questa "caccia all'Ordine professionale" continua purtroppo a essere l'arrocamento dei professionisti su posizioni di difesa a oltranza dello status quo. A ogni occasione farmacisti e notai, architetti e ingegneri, medici e commercialisti, attendono fiduciosi che il mondo degli avvocati, l'unica vera lobby forte in Parlamento, mobiliti la propria potenza per la salvezza di tutti. Dal dibattito scaturito dalle vicende della manovra economica noi professionisti, a mio parere, ne usciamo comunque molto male. Siamo stati costretti ancora una volta a ridurre ogni ragionamento sul ruolo dei professionisti in Italia alla questione ordinistica, impedendo di avviare un confronto di merito sui tanti altri problemi, molto più rilevanti, che viviamo nel nostro Paese.
Ma siamo convinti che difendere sulle barricate l'esistenza dell'Ordine degli architetti, il suo attuale ruolo, la sua identità, la sua struttura organizzativa, sia realmente una battaglia irrinunciabile per il nostro futuro?
Occorre forse un atto di coraggio: l'Ordine degli architetti (per carità non facciamo più battaglie comuni con notai o farmacisti o medici o avvocati o ... tassisti. Le nostre questioni sono completamente diverse!) è un cappio per lo sviluppo dell'edilizia? Siamo una casta?
Facciamoci noi portatori di una proposta coraggiosa per l'abolizione degli Ordini degli architetti italiani nella loro attuale configurazione. Proclamiamo la nostra intolleranza per questo strano essere mitologico, per un terzo sindacato, per una terza magistratura e per un terzo ente garante di interessi pubblici e stabiliamo alcuni punti fermi.
Il primo: l'Odine professionale, come ente pubblico con obbligo di iscrizione per chi intende esercitare una professione, non ha alcun compito di rappresentanza dei propri iscritti.
L'Ordine non è e non può essere una parte sociale. Una rappresentanza priva di volontarietà non ha alcun senso. Solo nei regimi didattoriali esiste l'obbligo di iscrizione a un unico organismo di rappresentanza. Oggi, di fatto, gli Ordini professionali svolgono compiti da sindacato, anche se nelle sedi ufficiali ci affrettiamo a dire che non è vero. Lo fanno anche perché gli iscritti gli chiedono quotidianamente di difendere i propri interessi.
Forse sino a oggi abbiamo sbagliato le forme della nostra rappresentanza; forse proprio per questo il sistema di governo dell'economia del nostro Paese è da troppo tempo imperniato solo sulla triangolazione politica-impresa-sindacato.
Secondo criterio di riforma: se esiste una ragione per l'esistenza di un Ordine professionale questa risiede unicamente nella necessità di esercitare funzioni di controllo per la tutela di interessi collettivi.
In poche parole l'Ordine degli architetti esiste perché lo Stato italiano ha riconosciuto nel lavoro di chi progetta e pianifica le trasformazioni fisiche del territorio e delle città un ambito talmente importante – in termine tecnico "un'attività oggetto di riserva" – da richiedere l'istituzione di un organismo pubblico di garanzia a tutela dei cittadini. Lo ha fatto perché il lavoro dell'architetto incide su un diritto costituzionale – il famoso articolo 9 – al pari di chi incide sul diritto alla salute o alla giustizia.
L'Ordine deve quindi diventare una vera e propria Autority indipendente, in grado di vigilare sul lavoro dei propri iscritti, sul rispetto di norme deontologiche, incarnando solo la rappresentanza di interessi collettivi. Ma è bene anche definire con chiarezza quali siano le attività per le quali occorre esercitare un rigoroso controllo di professionalità da parte dello Stato, per le quali è indispensabile sottoporsi a un esame di Stato o a un tirocinio. Per fare i grafici, scrivere libri, rilasciare certificazioni energetiche, svolgere pratiche catastali o perizie estimative non c'è bisogno di un Ordine professionale. Estendendo il ragionamento non c'è bisogno di un Ordine neanche per fare i giornalisti o gli agenti di cambio o gli attuari.
Se abolissero l'attuale Ordine degli architetti non avremmo certo il problema di maggiori flussi di ingresso dei giovani nella professione. Siamo già oggi oltre 145mila architetti. Non è certo lo sbarramento dell'esame di Stato o dell'Ordine professionale a salvarci da questa anomala offerta di lavoro in un settore che non potrà mai e poi mai assorbire tali numeri.
Usciamo dall'ambiguità e cominciamo finalmente a costruire forme di rappresentanza serie, libere ed efficaci dei nostri interessi. Forse le cose comincerebbero a cambiare.
Francesco Orofino
Vicepresidente nazionale In/Arch


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