Progettazione e Architettura


Mettiamo
gli Albi
in concorrenza

M.Fr.


Domanda: come superare la questione degli Ordini professionali? Semplice: creandone altri. La proposta – solo in apparenza paradossale – arriva dall'Istituto Bruno Leoni di Torino, centro di diffusione di cultura liberale ispirato al giurista e filosofo torinese.
La proposta, sintetizzata in una pubblicazione uscita il mese scorso (Focus n. 185 del 4 luglio) muove dalla considerazione che il sistema degli Ordini professionali è un ostacolo alla libera concorrenza, oltre a essere ormai diventato anacronistico.
«Il fatto che l'eccessiva presenza di Ordini costituisca, in sé e per sé, un notevole freno allo sviluppo economico – si osserva nell'articolo – è emersa indirettamente solo nella bozza di manovra economica presentata dal ministro Tremonti nel giugno 2011».
La soluzione? Confermare l'obbligo di iscrizione all'albo ma consentire una pluralità di scelta tra diversi Ordini per professionisti che fanno lo stesso lavoro.
La proposta, spiega l'autore dell'articolo, Silvio Boccalatte, guarda il modello anglosassone, che non prevede Ordini paragonabili a quelli del sistema italiano ma libere associazioni professionali. Con una differenza importante. Mentre nel sistema anglosassone l'iscrizione non è formalmente obbligatoria (anche se non c'è professionista che non scelga di farlo), nel sistema proposto per l'Italia si prevede la cogenza per l'iscrizione.
L'elemento di novità viene individuato nel fatto di avere appunto una scelta tra più organizzazioni concorrenti.
«Ogni professionista – spiega l'articolo – avrebbe l'obbligo di iscriversi a un Ordine, ma sarebbe libero di aderire all'Ordine di cui condivide l'equilibrio dei seguenti fattori (la cui determinazione dovrebbe quindi essere lasciata quasi integralmente alla determinazione da parte degli Ordini stessi)».
Al primo posto c'è la politica tariffaria, «con minimi inderogabili, controllata, con minimi e massimi indicativi, plasmata sul reddito del cliente, a prezzi liberi» e altro ancora. Altro elemento potrebbe essere la possibilità e la facilità di organizzare il proprio lavoro «in modo associato o societario, oppure, al contrario, la difesa del lavoro libero-professionale "classico"». Altra variabile può essere il grado di difficoltà di accesso, con «il prestigio derivante dagli elevatissimi standard di ammissione, oppure, al contrario, la facilità di ammissione». E poi ancora il rigore deontologico, «l'impostazione ideologica» e il «rapporto complessivo nei confronti della clientela (si pensi, ad esempio, se un Ordine fissasse, a carico di ogni iscritto, l'obbligo di fornire periodicamente prestazioni gratuite a favore dei non abbienti)».
«Prima ancora che tra i professionisti, dunque – prosegue l'articolo – la concorrenza si svilupperebbe tra gli Ordini, i quali modulerebbero le proprie caratteristiche per individuare (quello che riterrebbero essere) il migliore equilibrio tra attrazione di nuovi iscritti e prestigio esterno a tutela della clientela».
«Con gli Ordini professionali in concorrenza – aggiunge l'articolista – si potrebbe ottenere una vera e propria quadratura del cerchio: verrebbero introdotti robusti elementi di libero mercato, facendo permanere una cornice pubblicistica a difesa della clientela, cui rimarrebbe sempre un organismo (l'attuale consiglio dell'Ordine) cui rivolgersi, ed eventualmente la giustizia amministrativa cui ricorrere».
Il sistema che ne scaturirebbe non sarebbe, conclude l'articolo, poi così distante da quello vigente per la maggior parte delle professioni in Gran Bretagna: «l'unica vera differenza – si ribadisce – starebbe nell'iscrizione obbligatoria a un Ordine, vincolo cui i sudditi di Sua Maestà non sono soggetti (tranne che per gli avvocati, per gli assistenti sociali, e, in senso diverso, per gli architetti)».


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