Progettazione e Architettura

Alessandra Segantini (C+S Architects): Lo smart working? È efficienza al femminile

Maiagrazia Barletta

«Questa tecnologia, trasparente e semplice, permette di avere tutto a disposizione, e di avere più tempo. E questo fa parte di un modo più femminile di organizzare il lavoro»

(Alessandra Segantini - Foto: C+S Architects)
L'Italia avrebbe bisogno di un vasto progetto di «agopuntura urbana di servizi», di «naturalizzare il territorio» e di dare centralità agli architetti per rigenerare la bellezza dei luoghi. A dirlo è Maria Alessandra Segantini, titolare dello studio C+S Architects con Carlo Cappai. Lo studio, con sedi a Treviso e Londra, dal 1988 lavora sul tema delle scuole in Italia, con esiti pluripremiati e pioneristici. Oggi ha lavori in Europa (Italia compresa), soprattutto in Belgio, e in Middle East. L'architetto, bloccata a Londra per l'emergenza epidemiologica, racconta dell'impatto del Coronavirus sul lavoro dello studio, ragionando sul futuro e sulle priorità che dovrebbero emergere in Italia, condensando in un'immagine alcune delle questioni da affrontare in via prioritaria in Italia. «Noi architetti - dice - siamo un po' come le ballerine che danzano sulle punte, leggere, delicate, bellissime, mentre i loro piedi stanno sanguinando. Il nostro sangue sono la burocrazia, la mancanza di risorse, di finanziamenti, l'accesso a determinati progetti sostanzialmente basato sul fatturato e sulla certificazione complessiva dei servizi di ingegneria. Ma ciò non ci impedisce di continuare a ballare per rigenerare la bellezza del nostro Paese che il mondo ci riconosce».

Architetto, come avete organizzato gli studi in seguito all'emergenza da Coronavirus?
Avendo due sedi e lavori in Europa sostanzialmente, e in Middle East, già da tre anni abbiamo dato accesso al server a tutti i nostri collaboratori, così anche se qualcuno non è in sede è comunque connesso al sistema. Per noi il Coronavirus non ha comportato grandi cambiamenti perché eravamo già abituati a lavorare in questo modo. Devo dire che quando ancora non era scoppiato il Coronavirus noi utilizzavamo già sistemi digitali anche per le riunioni in cantiere. Seppure cerchiamo di essere presenti, può capitare che io o Cappai non possiamo essere in cantiere in un determinato momento, ma tramite servizi di teleconferenza siamo presenti virtualmente, riuscendo anche ad osservare dettagli di cantiere tramite la telecamera anche del semplice telefonino del nostro collaboratore presente sul posto.

Eravate quindi del tutto preparati?
Per noi non è stato un cambiamento, però alcuni accorgimenti abbiamo dovuto prenderli. Bisognava sopperire ad una certa gioia di condivisione che è venuta a mancare. Quindi abbiamo aperto una piattaforma che resta sempre accesa, negli orari di lavoro naturalmente, e chi vuole vi entra. È come se fosse una sorta di pub virtuale, ognuno vi accede con il proprio tè, il proprio caffè e "incontra" l'altro. Quindi questa è stata una prima azione.

Ce n'è una seconda?
Sì, la seconda è stata quella di consentire momenti di condivisione, che organizziamo la mattina o la sera: ci "incontriamo" da remoto per riflettere su temi, progetti, argomenti di ricerca, in modo che ognuno possa dare il suo contributo.

C'è altro?
Sì, abbiamo allargato anche ai nostri clienti italiani una metodologia, che chiamiamo tavoli di lavoro, e che già utilizziamo con i clienti stranieri. Sono riunioni multidisciplinari alle quali partecipano on line anche i clienti, con le quali li coinvolgiamo in momenti precisi dell'iter progettuale. I clienti italiani sono entusiasti: disegnano sui loro tablet, cercano soluzioni con noi. È una sorta di gioco ma con finalità educative. È un metodo di lavoro che utilizziamo molto più con i clienti del Nord Europa, perché i developer hanno al loro interno architetti e ingegneri con cui comunichiamo, ora lo abbiamo semplificato, rendendolo quasi come un gioco in modo da poterlo utilizzare anche con i clienti che non sono dei tecnici.

La tecnologia riesce in questo momento a coprire tutte le necessità di comunicazione e gestione del progetto poste dal ricorso esteso al lavoro da remoto?
Per noi in questo momento direi di sì, con le accortezze che ho raccontato. Ovviamente sta a noi organizzare il pub virtuale o le riunioni per confrontarsi. Bisogna dedicare un po' più tempo alle relazioni e costruire il lavoro di progettazione più che sul controllo, sulla fiducia, ma questo deve essere nel Dna dello studio. Quindi introduco una parola che secondo me è fondamentale per queste nuove modalità di lavoro: fiducia.

Quali scenari apre il ricorso allo smart working?
Sullo smart working vorrei dire una cosa assolutamente femminile. Lo smart working ha messo in evidenza il tema dell'efficienza. Direi che questo è un nuovo modello che dovrà farci riflettere in termini di tempo.

E perché è una cosa femminile?
Perché lavorando in ambiti che erano prettamente maschili, come la progettazione, noi donne abbiamo rincorso i modelli maschili, facendo sempre riunioni di persona, correndo di qua e di là, svolgendo una cosa alla volta, una riunione alla volta, etc.. Oggi invece questa tecnologia, trasparente e semplice, permette di registrare una riunione, di avere tutto a disposizione, e di avere più tempo. E questo fa parte di un modo un po' più femminile di organizzare il lavoro. Noi organizziamo in multitasking quasi tutta la nostra vita e forse questi strumenti aiutano anche il mondo maschile a risparmiare tempo e io credo che un riequilibrio tra il lavoro e la dimensione personale oggi sia assolutamente indispensabile.

Quali riflessioni questa emergenza suggerisce in merito all'abitare?
Abbiamo più volte definito le scuole come nuove piazze delle periferie che hanno grande necessità di spazi adattabili a disposizione delle comunità che vi ruotano intorno. Possiamo estendere questo concetto anche alle città dense se pensiamo ai quartieri e ai rapporti di vicinato, che la quarantena ha sicuramente reso più importanti. Penso allora che sia necessario ripensare a un'agopuntura urbana di servizi che, oltre o accanto alle scuole e agli asili, possa comprendere piccoli centri di cura dove il cittadino possa ottenere un primo soccorso per malattie non gravi, o per supporto psicologico e giardini condivisi, magari con qualche piccolo negozio di prima necessità o un bar o un'osteria. Penso ad azioni di rigenerazione urbana come progetti di rilancio dell'Italia che si intreccino al tema della rinaturalizzazione del territorio.

Si dice che dalle crisi nascono grandi cambiamenti. Cosa sarebbe utile per dare impulso agli studi di progettazione e all'architettura in Italia?
Noi abbiamo abbastanza lavori in Belgio e lì la responsabilità di tutti i progetti d'architettura è degli architetti. È obbligatorio avere un architetto che firma il progetto. Sappiamo che il Belgio sta producendo bellissimi edifici, quindi io dico che sarebbe auspicabile che questo succedesse anche in Italia. Ad esempio i progetti di cui ho parlato di agopuntura urbana di servizi hanno bisogno di bellezza affinché non accada quello che è successo con le scuole: a fronte degli importanti finanziamenti del governo Renzi i risultati assolutamente non riflettono la qualità che è possibile nel nostro lavoro e questo perché quasi tutte quelle scuole non sono state pensate da studi di architettura. In questo momento è come se l'architettura dovesse guardarsi allo specchio e riacquistare la sua identità come servizio, come nel Dopoguerra quando gli architetti sono stati al servizio del Paese per la ricostruzione. Oggi sono il Paese e i cittadini che forse chiedono di nuovo un servizio capace di rigenerare la bellezza dei nostri territori. E forse potrà venirci in soccorso anche la tecnologia, che può rendere tutto trasparente, aiutandoci a combattere la burocrazia.

Qual è stato l'impatto dell'emergenza sui vostri lavori e cantieri?
Il cantiere per il centro infanzia ad Alzano Lombardo era iniziato, è andato un po' avanti, poi si è fermato abbastanza presto a causa dell'emergenza, anche perché l'impresa non riusciva a reperire materiali. Per quanto riguarda le due torri residenziali per 100 appartamenti che stiamo costruendo a Cascina Merlata a Milano, queste si sono fermate subito dopo i provvedimenti restrittivi del Governo, ma stiamo continuando a prendere decisioni in modo che la ripartenza sia più veloce. Prima del blocco l'ultimazione dei lavori era prevista a giugno. Per il Policlinico di Milano noi ci occupiamo della piazzetta dell'Umanitaria, ma quel progetto lì non è ancora in cantiere. Abbiamo vinto il concorso dell'ospedale Policlinico con il gruppo TechInt, Boeri, Labics e Botticini, De Apollonia e il nostro team si è occupato dello sviluppo della morgue e dei laboratori su Piazzetta dell'Umanitaria, che fa parte di un secondo stralcio dei lavori. Il progetto della scuola media di Ravarino era stato appaltato ma non era ancora iniziato il cantiere. Entrambi i cantieri in Belgio continuano anche se rallentati. Si tratta del restauro delle ex scuderie reali a Tervuren, con lo sviluppo di quattro blocchi residenziali, che comprende alcuni servizi, un albergo di lusso, un parco e spazi pubblici. Poi c'è un progetto ad Aarschot, nelle Fiandre, che riguarda sette piccole torri residenziali e un edificio residenziale di ricucitura urbana. Quest'ultimo ha subito rallentamenti a causa del Coronavirus, ma dovrebbe essere completato entro settembre. A Lovanio stiamo lavorando su un masterplan con un team multidisciplinare e costruendo un complesso di residenze e servizi per diverse tipologie di residenza: residenze di lusso, universitarie, per giovani coppie, per anziani, e spazi pubblici.

Tornando all'impatto della crisi sul lavoro, dopo questa terribile emergenza globale guardate con fiducia o con preoccupazione al prossimo futuro?
Un impatto ci sarà quindi dobbiamo tutti essere preparati e rimboccarci le maniche. Il nostro settore è già provato da anni di blocchi, di ripartenze, di normative che sicuramente non aiutano gli studi di architettura, ma che potenziano le grosse strutture a danno della qualità di quelle medio-piccole. Proviamo a vedere se all'interno di tutto questo, come noi abbiamo sempre fatto, riusciamo a trovare delle vie, per portare avanti il tema della bellezza. Ricordo quando studiavo danza classica da piccola, la adoravo: rigore e bellezza. Noi architetti siamo un po' come le ballerine che danzano sulle punte, leggere, delicate, bellissime, mentre i loro piedi stanno sanguinando. Il nostro sangue sono la burocrazia, la mancanza di risorse, di finanziamenti, l'accesso a determinati progetti sostanzialmente basato sul fatturato e sulla certificazione complessiva dei servizi di ingegneria. Ma ciò non ci impedisce di continuare a ballare per rigenerare la bellezza del nostro Paese che il mondo ci riconosce, non solo a fine turistico, che è comunque fondamentale, ma per gli italiani, bellezza da lasciare in eredità alle generazioni future.


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