Progettazione e Architettura

Architettura in vetta: sulla cima delle Alpi «cannocchiali» d'autore per guardare il mondo

Mariagrazia Barletta

Bivacchi e rifugi dal design essenziale disegnati per integrarsi nell'ambiente d'alta quota e limitare al minimo l'impatto antropico

Hanno la funzione di facilitare l'ascensione delle vette più alte. Nascono per dare riparo agli avventurieri dell'alta quota. Hanno sollecitato l'ingegno, e anche la fantasia, di architetti e designer affascinati dalla conquista di luoghi inospitali e dalle sfide del costruire in condizioni estreme. I bivacchi sono stati inoltre oggetto di sperimentazioni sull'abitare minimo. Modello di ricerca raffinata il Refuge Tonneau progettato da Charlotte Perriand con Pierre Jeanneret nel 1938, un capolavoro di architettura portatile a forma di navicella, ispirato ad una giostra per bambini e precorritore dei tempi (come la sua autrice), seppure mai realizzato. Da una parte il sogno (la giostra), dall'altra un controllo millimetrico dello spazio, dove ogni arredo risponde ai movimenti e ai gesti dell'uomo fondendo funzionalità, bellezza ed accoglienza. Costruire in alta quota significa gestire vincoli estremi e condizioni impervie che impongono uno studio approfondito fino al minimo dettaglio di tutte le fasi: dalla progettazione alla cantierizzazione fino al montaggio. Rispettare la natura e le sue forze e risparmiare materia sono altri imperativi a cui gli ultimi esempi, sempre più sofisticati e attenti al paesaggio, danno soluzione.

Il "corpo nero" del bivacco Corradini
Tra gli ultimi arrivati nella famiglia dei bivacchi, vi è il Corradini incastonato a pochi metri dalla vetta della Dormillouse (2908 mslm) sul confine tra Italia e Francia, in alta Valle di Susa. «Un dispositivo ottico proteso verso il paesaggio» lo definiscono i progettisti Andrea Cassi e Michele Versaci, «un'interferenza discreta che, come un'opera di land-art abitata, definisce punti di vista inaspettati nel paesaggio naturale». «In genere i bivacchi sono rossi o bianchi perché si vedano da lontano. Nel nostro caso eravamo già in punta alla montagna, così abbiamo deciso di adattarci all'ambiente, di riprendere i colori delle rocce nere che vi sono intorno e quindi abbiamo deciso di utilizzare un alluminio scuro come rivestimento, che funzionasse anche da corpo nero per immagazzinare l'energia solare», racconta Andrea Cassi. Tutto il bivacco è stato realizzato off-site. «Siamo arrivati ad una prefabbricazione totale: abbiamo realizzato tutto il bivacco in officina per poi smontarlo in otto tronconi, poi trasportati in elicottero. In totale il cantiere è durato quattro giorni, con l'elicottero che ha funzionato anche da gru», aggiunge Michele Versaci. Ai due lati opposti del "cannocchiale" si aprono due vetrate che inquadrano verso nord la Val Thuras e verso sud il massiccio degli Ecrins. La forma è data da due tronchi di piramide uniti per la base. In questo modo la base del bivacco è data da due piani inclinati e a sbalzo, pensati per minimizzare la superficie di appoggio e dunque il consumo di suolo. La doppia inclinatura, inoltre, viene assecondata dai gradoni interni di pino cembro, che, disposti attorno ad un tavolo centrale, diventano letti per la notte.

Pronto in primavera il bivacco Fanton con "scocca" in fibra di vetro
Attinge alle tecniche di costruzione navale il bivacco Fanton che sarà montato in primavera sulla Forcella Marmarole sulle Dolomiti bellunesi, a quota 2670 metri. «Un progetto di proporzioni tra assoluto e misura» lo definiscono i progettisti dello studio Demogo selezionati tramite un concorso del 2015 lanciato dalla sezione Cadorina del Cai di Auronzo. Prima ancora di essere concluso, il bivacco ha ottenuto già importanti riconoscimenti, tra cui il premio T Young Claudio De Albertis bandito dalla Triennale di Milano, è stato esposto al Padiglione Italia curato da Mario Cucinella per la Mostra di architettura di Venezia e al Maxxi di Roma in "dialogo" con Casa Malaparte. La "scocca", che funziona da guscio e da struttura, è in fibra di vetro ed «è stata realizzata da una ditta marchigiana che si è avvalsa di un cantiere in Tunisia. È arrivata circa due mesi fa ad Auronzo in un capannone dove saranno realizzate tutte le parti interne in legno e montate le vetrate. Poi verrà elitrasportato in quota da un elicottero svizzero, chiamato Super Puma, che supporta fino a tre tonnellate», racconta Alberto Mottola alla guida di Demogo con Simone Gobbo e Davide De Marchi. Già è stato realizzato il pianale con le relative fondazioni su cui sarà posata la struttura di fibra di vetro: un unico pezzo su cui a valle saranno montate le parti vetrate. «Molto delicata è la vetrata inclinata: bisognerà fare in modo che durante il volo il bivacco non subisca torsioni altrimenti il vetro potrebbe spaccarsi», riferisce ancora Alberto Mottola. Gli interni in legno verranno invece montati sul posto. «Il bivacco lo abbiamo pensato come fosse una sorta di barca posizionata in quota. La fibra di vetro lo rende estremamente leggero e dunque trasportabile con un unico volo, inoltre garantisce una buona inerzia termica», precisa l'architetto. Tre i plinti che sorreggono la struttura, ancorati nella roccia fino alla profondità di sei metri. La base è inclinata come il pendio e strutturata internamente in scalinate, con la parte bassa del cannocchiale che inquadra il panorama mozzafiato.

I "cannocchiali": una rivoluzione a partire dal Gervasutti
Sempre più i bivacchi sono delle micro-architetture sofisticate, tanto da poter considerare superate le strutture "Apollonio" o "Ravelli". Non mancano progetti non inquadrabili in alcun filone, come la "goccia di mercurio" ideata da Ross Lovegrove per essere adagiata sulle vette dell'Alta Badia. Tra le varie tipologie, il bivacco "a cannocchiale" sta avendo successo. Tra i più noti, la Capanna Gervasutti installata nel 2011 a quota 2835 metri sul ghiacciaio del Freboudze sotto la spettacolare parete est delle Grandes Jorasses nel Monte Bianco, ideato e realizzato da Leapfactory (Luca Gentilcore e Stefano Testa), società torinese specializzata nella progettazione e realizzazione di strutture modulari a basso impatto e ipertecnologiche, in ambiente alpino. Il Gervasutti è una struttura autosufficiente e rivoluzionaria, formata da moduli diversamente componibili, replicata in Russia, sul monte Elbrus, per realizzare un eco-hotel. Deriva dalle strutture a cannocchiale anche il pluripremiato rifugio Oberholz ideato da Peter Pichler e Pavol Mikolajcak (selezionati tramite concorso) e realizzato in soli otto mesi. A caratterizzarlo una forma complessa nata dall'estrusione della forma archetipa della capanna su tre traiettorie curve. Anche lo studio, con basi a Lubiana e a Parigi, Ofis arhitekti, specialista dell'abitare minimo, si affida a una sorta di dispositivo ottico per dare forma sia al bivacco sul Monte Canin sulle Alpi Giulie, al confine tra Italia e Slovenia, completato nel 2017, che al precedente rifugio sullo Skuta in Slovenia progettato con gli studenti della Harvard University Graduate School of Design. Entrambi selezionati per concorrere al prestigioso Mies van de Rohe Award, rispettivamente nel 2019 e 2017. Anche se non si tratta di rifugi, non si possono ignorare, tra le architetture-cannocchiale, le postazioni informative che punteggiano la strada turistica «l'emozione di Passo del Rombo», tra Italia e Austria, firmate Werner Tscholl: sculture architettoniche, come il Museo del Passo a 2.500 metri di altitudine (realizzato nel 2010), che hanno influenzato significativamente l'architettura alpina.


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