Progettazione e Architettura

Vaccarini sfrutta l'arte del «camuffamento militare» per inserire la centrale nel paesaggio

Mariagrazia Barletta

La "scocca" della centrale a biomasse realizzata in Romagna è scomposta in facce, con un'orditura diversa per ognuna. Dal punto di vista percettivo, la massa viene così alleggerita

C'era un tempo, neanche troppo lontano, in cui l'architettura industriale riusciva ad essere espressione di una visione del mondo che includeva il bene comunitario. Non di rado, la dignità formale della fabbrica, coerente con il proprio tempo, era diretta manifestazione della fusione tra umanesimo e produzione. Collegarsi a quei momenti "aulici" «in cui l'industria faceva ricerca, cancellati dalla prefabbricazione pesante e dalla dilagante banalizzazione dell'architettura industriale ridotta a scatoloni che offendono i nostri territori», è uno dei principali input per la centrale a biomasse completata a Russi (Ravenna), racconta il suo progettista, Giovanni Vaccarini.

Mettendo in atto scelte non così scontate per questa tipologia di edifici, l'infrastruttura tecnologica viene elevata al rango di architettura. Qualificare esteticamente l'impianto, contestualizzarlo e mitigarne l'impatto dimensionale sono le principali azioni messe in campo dallo studio Giovanni Vaccarini Architetti, affiancato, per la progettazione paesaggistica, da Antonio Stignani (studio Paisà).

Il committente del progetto nato oltre dieci anni fa, a partire da un concorso a inviti, è la società Powercrop (i cui soci erano Seci e Enel Green Power fino a giugno 2018, quando Enel ha ceduto a F2i Sgr l'intero portafoglio di impianti di produzione di energia elettrica da biomasse in Italia, compreso il polo di Russi).

La tecnica di camuffamento di origine militare per mitigare l'impatto
Il nuovo polo per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, circondato da dune e da corridoi naturalistici, nasce dalla riconversione di una porzione dell'area industriale appartenuta ad Eridania. Circa 280mila mq sono stati bonificati, rinaturalizzati e restituiti alla comunità, mentre una parte della restante area (circa 167mila mq) è stata oggetto del programma di riconversione, che ha previsto la realizzazione della centrale a biomasse, di un impianto a biogas alimentato da liquami zootecnici e di un piccolo impianto fotovoltaico. Qualificato architettonicamente, il volume della centrale a biomasse, costituito dalla caldaia e dalla linea fumi, dissimula la sua imponente massa (è lungo circa cento metri ed alto oltre trenta) ricorrendo alla tecnica di camuffamento di origine militare, «Razzle dazzle».

Questa tecnica è stata sviluppata durante la Grande Guerra in ambito navale e fu impiegata, in origine, per rendere complicata l'individuazione delle navi britanniche da parte dei nemici. Sulla nave venivano dipinti segni grafici e righe, inseriti in riquadri irregolari che servivano a distorcere la percezione dell'oggetto. «Per esempio – spiega Vaccarini – l'applicazione di questa tecnica sulle navi da guerra faceva sì che si potesse confondere la prua dalla poppa oppure serviva a dissimulare la velocità del veicolo per evitare che fosse colpito da un siluro». Dalle navi all'architettura: l'involucro della centrale, e anche del camino che la affianca, è scomposto in superfici triangolari realizzate con elementi di acciaio e rivestite con listelli lignei. La "scocca" dell'edificio è così scomposta in facce, in ognuna delle quali l'orditura dei listelli cambia direzione. Dal punto di vista percettivo, la massa viene così "alleggerita" e al contempo la "pelle" dell'edificio offre all'osservatore una percezione mutevole e dinamica del volume.

Niente barriere verso il paesaggio: i margini del lotto come argini di un fiume
Il concetto di mitigazione ambientale è applicato anche alla definizione dei margini del sito. I bordi dell'area di intervento sono stati ridisegnati realizzando delle dune, ossia dei terrapieni che «nascono come suggestione, a partire dall'argine del fiume Lamone, adiacente alla parte nord del lotto di intervento», riferisce ancora l'architetto. «I terrapieni – continua – hanno una duplice funzione: sostituiscono la recinzione, evitando così un elemento pessimo di divisione tra la parte industriale e quella agricola, e schermano l'attività industriale. Poi attorno a questi "argini" abbiamo voluto un doppio sistema di alberature: un primo sistema con alberi a foglia caduca, ossia pioppi, e un secondo costituito da alberi sempreverdi. La mitigazione ambientale avviene quindi attraverso i terrapieni e la doppia alberatura».

«Dal mio punto di vista – spiega Vaccarini – anche gli alberi e le dune fanno parte del progetto architettonico e ad essi abbiamo dedicato molto tempo. La nostra terra, io sono abruzzese, è essenzialmente agricola e nella costruzione del territorio credo che la disposizione dei filari di alberi, delle viti, dei canali, abbia la stessa importanza dei manufatti che hanno consistenza volumetrica, come i casolari agricoli. Cioè non c'è una grossa differenza di approccio nel disegno di questi elementi (naturali e non, nda)». Nel caso di Russi, le dune sono percorribili e costituiscono un'interfaccia permeabile (non una barriera) tra l'ambito industriale e quello agricolo.

«È stata fatta anche un'operazione che chiamerei di ingegneria sociale: con la riduzione della produzione saccarifera italiana, decisa dall'Europa, nelle aree agricole non di pregio (il riferimento è al territorio intorno a Russi, nda) c'è stata una riconversione a pioppeti dei terreni in cui si coltivavano barbabietole da zucchero. Il legno dei pioppi viene triturato e gettato nella caldaia della centrale», spiega ancora l'architetto. Dunque si punta sulla filiera corta: l'impianto a biomasse è alimentato con cippato di legna e anche con residui di sfalcio e di potature, provenienti da terreni compresi in un raggio di circa 70 chilometri dal sito della centrale.

I CREDITI DEL PROGETTO


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