Progettazione e Architettura

Matteo Thun: «La salute e il benessere cominciano da una buona (e bella) architettura»

Mariagrazia Barletta

L'architetto milanese racconta i suoi progetti che fondono ricettività e salute

(Matteo Thun - Foto: Nacho Alegre)
All'ospedale come in un hotel. Servizi tipici del mondo dell'accoglienza alberghiera si fondono all'assistenza medica per offrire il massimo comfort al paziente. L'architettura come strumento di cura e di benessere, capace di alleviare la degenza e velocizzare il processo di guarigione, più che un'idea è ormai un'evidenza scientifica. Il concetto di «healing architecture» e la commistione tra ricettività e mondo sanitario si diffondono in Europa, con punte di eccellenza in Paesi come la Danimarca. Ovviamente gli ospedali devono continuare ad essere delle macchine efficientissime, tener conto dei progressi tecnologici, della veloce evoluzione delle pratiche mediche, ma è il concetto di «paziente come ospite» a generare profondi cambi di rotta. «Si passa da un'idea di paziente ad un'idea di ospite», spiega l'architetto Matteo Thun. «Non a caso dal termine latino hospes, derivano le parole hospitality e hospital». Dunque, «dal paziente all'ospite, considerato come una persona che per un periodo, il più breve possibile, sta in una struttura sempre più simile - sotto tutti i punti di vista - a un albergo, che però in più ha delle sale operatorie. L'unica vera differenza è quella», continua l'architetto a capo della Matteo Thun & Partners, il noto studio di architettura e design, con sede a Milano e filiali a Shanghai, attivo a livello internazionale dal 1980 con progetti di ogni scala, specializzato nei diversi settori dell'ospitalità, compreso quello ospedaliero.

L'ospedale concepito come un hotel è il concetto chiave per due strutture che Matteo Thun sta realizzando a Eisenberg, in Germania, per uno tra i più grandi ospedali universitari ortopedici d'Europa. Una ha circa 140 camere, si tratta di un'architettura a pianta circolare che racchiude al suo interno una corte quadrata. L'altra è un centro di riabilitazione, detto Rehab. Entrambe sono immerse nel verde e caratterizzate da rassicuranti facciate lignee. «Nei nostri nuovi progetti ogni quattro pazienti abbiamo una veranda, che garantisce una certa privacy, dove poter anche ricevere amici e socializzare», racconta Thun. Avvicinare il paziente, per quanto possibile, alla normale quotidianità è il tema. «Abbiamo realizzato camere colorate e scelto materiali a pori aperti. Sembra che in un ospedale tutto sia proibito, invece scopri che l'interior e i materiali possono essere quelli di casa tua o di un hotel. Dunque: materiali che noi chiamiamo "high touch materials", che parlano, e poi temperature di colore sofisticate, non gli usuali 3.500 gradi Kelvin, che equivalgono ad una luce freddissima, piuttosto 2.400 che è la temperatura di colore di una candela, accorgimenti che rendono l'ambiente molto vicino a quello di casa». Il concetto di paziente come ospite si declina anche mediante i servizi.

«Non c'è alcun motivo per cui un ospedale non debba avere una ristorazione di qualità. Per questo abbiamo portato un grande ristorante al piano terra dove le persone potranno incontrarsi, socializzare, e poi ci saranno le cosiddette "cucine satellite" in ogni piano». «Il centro è pubblico, nulla è privato e c'è una fortissima pressione economica perché essendo pagato dallo Stato dobbiamo stare ai finanziamenti pubblici, ciò non toglie che tutto quello che le sto dicendo è possibile farlo con un budget molto, molto tirato», precisa l'architetto. Quanto ai tempi, «il campus apre a Natale. L'unità di riabilitazione apre un anno dopo. Quest'ultima è un nostro piccolo vanto», continua Thun. «Ci siamo chiesti: come possiamo migliorare la dinamica della riabilitazione? Abbiamo progettato una piazza dove si sta tutti assieme ascoltando musica, guardando film, è uno spazio di svago che consente di fare gli esercizi. Se gli esercizi, quasi sempre ripetitivi, li fai in una piccola stanza, oltre alla claustrofobia poi arriva anche la noia, nella piazza, invece, il tempo passa in maniera piacevole. Tutte le cose che sto dicendo non comportano spese particolari, ma solo un atteggiamento differente verso il paziente che deve essere rispettato come ospite», rimarca Thun. «Il centro di riabilitazione - continua - ha una grande importanza, legata ai sistemi assicurativi ospedalieri. Il costo giornaliero di una degenza in ospedale è proibitivo se paragonato al corrispondente costo in un centro riabilitativo: mediamente è da tre a sei volte superiore».

Il concetto è abbreviare il soggiorno in chirurgia per passare alla fase riabilitativa in una struttura ad hoc, sotto il controllo dei medici che sin dall'inizio hanno preso in carico il paziente. «Questo si può fare solo se la riabilitazione è direttamente collegata all'ospedale», sottolinea Thun. È anche sull'esigenza di ridurre all'indispensabile il soggiorno in ospedale che si gioca la partita degli spazi ibridi, in cui ospitalità e salute si fondono. Ne sono un esempio i «patient hotels» diffusisi nei Paesi scandinavi a partire dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso. Si tratta di strutture che nascono nei recinti ospedalieri o nelle immediate vicinanze, pensate per farvi soggiornare i pazienti che devono sottoporsi a controlli o a cure mediche, ma che non hanno bisogno di sorveglianza nelle ore notturne. Di grande qualità architettonica, il «patient hotel» firmato dallo studio danese 3XN e realizzato nel campus del Rigshospitalet, a Copenaghen. Al comfort di un hotel è associata la presenza di uno staff di nutrizionisti e di infermieri. Stesso concetto anche per l'«hôtel des patients» realizzato di recente a Losanna per il Centre hospitalier universitaire vaudois e firmato dallo studio elvetico Brauen Wälchli Architectes. Sulla scorta dell'esperienza nata nei Paesi scandinavi, il governo francese ha avviato una sperimentazione triennale per la realizzazione degli «hôtel hospitaliers» a servizio di una lista di 41 ospedali.

L'obiettivo: ridurre al minimo la permanenza in ospedale, assicurando ai pazienti che non necessitano di una sorveglianza notturna, il comfort di un hotel, un miglior accesso alle cure, minor stress, e un ridotto rischio di contrarre malattie nosocomiali. A dare la misura dell'iniziativa è l'esperienza del Centro universitario ospedaliero (Chu) di Tours, rientrato nella sperimentazione aprendo l'«Hospitel» lo scorso luglio. Una notte nell'«Hospitel» - da quanto si legge in una nota del nosocomio francese - costa allo Chu circa 100 euro a paziente, mentre una notte in ospedale pesa sul sistema sanitario per 1.000-1.500 euro ad utente.
Passando dall'ambito pubblico a quello privato, il Waldhotel Health & Medical Excellence declina in chiave extra-lusso l'ibridazione tra ospitalità e salute. L'hotel, sorto sul pendio del monte Bürgenstock, nei pressi del Lago di Lucerna, è stato progettato da Matteo Thun & Partners per Katara Hospitality, gruppo con base in Qatar che vanta un ricco portafoglio di hotel di lusso sparsi tra tre continenti. Recentemente inaugurato, l'albergo, a cinque stelle, applica un concetto di ospitalità che si lega a quello di «healthy living». L'architettura e i suoi interni sono chiamati a favorire il benessere fisico e mentale, per trasformare il soggiorno di cura in una vacanza a contatto con la natura. L'ospitalità alberghiera si fonde con un servizio di cure mediche altamente specializzate e trattamenti riabilitativi, cui si aggiungono un'ampia Spa, un centro fitness e un ristorante, che introduce gli ospiti ai princìpi della sana alimentazione.

Declinazione curativa dell'architettura anche per i progetti a Bad Wiessee, piccolo comune della Baviera affacciato sul lago di Tegernsee, dove lo studio Thun ha progettato, oltre ad un hotel con Spa a gestione privata, i bagni termali pubblici che sfruttano le proprietà curative dello iodio e dello zolfo, e «un centro medico per piccoli interventi, legati a infortuni comuni per gli sportivi», riferisce ancora Thun. Attualmente attingono al mondo dell'accoglienza alberghiera molti progetti in corso, con punte di eccellenza in Danimarca. Ad agosto è stata avviata la gara per la realizzazione dell'ospedale immerso in un bosco a sud di Hillerød, progettato da Herzog & de Meuron e da Vilhelm Lauritzen Architects. In tutto 622 posti letto per una struttura dalla forma organica, che stabilirà nuovi standard nella progettazione e nell'assistenza sanitaria. È destinato a diventare un modello anche il Children's Hospital che la firma danese 3XN ha ideato per il Rigshospitalet di Copenaghen (si stima di portarlo a termine nel 2024). L'architettura enfatizza il potere del gioco come parte integrante del trattamento medico. Ogni braccio termina con un giardino d'inverno tematico, mentre colorati e accoglienti salotti per le famiglie sono collocati nella parte centrale della struttura. Perfettamente ancorati al concetto di «healing architecture» gli ospedali che C.F. Møller Architects, altra firma danese, progetta per la Danimarca ed esporta in giro per l'Europa.


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