Progettazione e Architettura

Nel centro storico di Favara la ristrutturazione contemporanea firmata Architrend Architecture

Mariagrazia Barletta

Un nuovo albergo in un palazzo abbandonato. Progetto selizionato per la XVI Biennale di architettura di Venezia

Da città dell'abusivismo a meta del turismo internazionale, capace di attrarre 120mila visitatori all'anno. Favara, piccola città dell'agrigentino, è rinata sotto l'impulso dell'arte e della cultura, grazie al Farm cultural park, un esperimento di rigenerazione urbana, che ha ormai quasi otto anni, condotto dal notaio Andrea Bartoli e da sua moglie Florinda Saieva, che hanno trasformato il piccolo centro in un luogo attrattivo, un luogo di fervida produzione culturale e artistica, attorno a cui si è stretta la comunità. Lo animano, tra l'altro, spazi espositivi, residenze d'artista, una scuola di architettura per bambini e luoghi di incontro. Tutto nasce a partire dal recupero dell'esistente. È in questo florido contesto, d'esempio per i tanti centri della aree interne del Paese che lottano per invertire la tendenza allo spopolamento, che si inserisce l'Alba Palace Hotel. L'albergo nasce dalla riconversione di Palazzo Piscopo, residenza in pieno centro storico, recuperata su progetto di Architrend Architecture, lo studio, con sede a Ragusa, diretto da Gaetano Manganello e Carmelo Tumino. Un progetto selezionato da Mario Cucinella ed esposto al Padiglione Italia della sedicesima Mostra internazionale di Architettura di Venezia.

«La Farm ha innescato un circolo virtuoso, dando la spinta per un complesso di opere di riqualificazione, che vanno anche oltre la Farm, come il museo della mandorla o il vicolo Luna, un complesso di abitazioni recuperate», racconta Gaetano Manganello. Così, la famiglia Alba, che aveva già realizzato un albergo prima della Farm, ora ne ha aperto un altro. «Il Palazzo era in condizioni molto degradate, da una ventina di anni non era abitato, forse anche più, e aveva subito anche atti di vandalismo. Mancavano le ringhiere e i reggimensola dei balconi». «Le uniche cose di pregio che c'erano - racconta l'architetto - le abbiamo recuperate ed erano le marmette, quelle in cemento che caratterizzano le pavimentazioni degli edifici storici dei primi del Novecento in Sicilia. Le abbiamo riutilizzate nel front desk della hall di ingresso e come decoro nella sala ristorante e nel cortile interno».
Molto compromessa era anche la staticità dell'edificio. «Dal punto di vista strutturale – continua Manganello - abbiamo dovuto fare un'opera di profondo consolidamento, che ha interessato tutto l'edificio, dai muri portanti ai solai. Questi sono stati completamente rifatti, utilizzando legno lamellare ed una lamiera grezza che fa da impalcato, con delle travi di ferro a cerchiare tutti gli ambienti. Poi abbiamo fatto delle sottofondazioni, abbiamo creato un piano interrato in una zona del Palazzo, quindi abbiamo dovuto procedere con delle palificate. Lavori anche complessi , difficili in quel contesto».

Ammalorate anche le coperture. In particolare, gli architetti hanno eliminato una serie di superfetazioni, inserendo in copertura un elemento contemporaneo, una struttura leggera in acciaio e legno, una sorta di padiglione destinato a suite, lounge bar e veranda con saletta ristorante, con due terrazze con vista sulla chiesa madre e sul castello. L'intervento tende a conservare la storia, dove possibile, per poi operare con interventi ben riconoscibili come contemporanei. Così, dalla demolizione, sul retro del Palazzo, di aggregazioni spontanee che si sono succedute nel tempo - «erano volumi sul punto di crollare», racconta Manganello - è nato il nuovo corpo scala in cemento armato a vista. Marcatamente contemporanei anche i balconi. «Dei balconi originari non c'era più niente. Erano rimasti solo due o tre reggimensola decorati, in ghisa. Ciò che era originale era stato perduto, per cui la scommessa è stata quella di disegnare dei balconi contemporanei. Sono parzialmente in lamiera con delle lastre di vetro, discreti, però danno la cifra dell'intervento contemporaneo».

«Avremmo voluto essere ancora più rigorosi», afferma con rammarico l'architetto. «Palazzo Piscopo - continua - conservava in facciata ancora gli intonaci originari, seppur presenti a chiazze, dove si vedeva la stratificazione del tempo. In un primo momento avrei voluto consolidarli, fermare il degrado e evidenziare la storia dell'edificio, però, purtroppo, tutto questo in sede di cantiere non lo abbiamo potuto fare perché le tecniche per poter consolidare l'intonaco sarebbero state molto costose e soprattutto non avevamo garanzie. L'intonaco infatti era assolutamente ammalorato, super-lesionato e quindi non avremmo avuto neanche garanzie di tenuta negli anni dell'intervento. Si correva il rischio di ripetere di nuovo le iniezioni di consolidamento, e di conseguenza con grande dispiacere ho dovuto rimuovere l'intonaco esistente, rinunciare e rifare un intonaco traspirante, a base di calce, per il prospetto esterno. Questo prospetto lo si vede molto pulito, cosa che non voglio di solito fare, nel senso che vorrei mantenere fino all'ultimo tutte quelle che sono le preesistenze, tipo come abbiamo fatto a villa Boscarino (una villa storica di Ragusa anch'essa trasformata su progetto di Architrend in un albergo nda). Lì l'intonaco è stato restaurato perché era possibile farlo».


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