Progettazione e Architettura

Yvonne Farrell e Shelley McNamara svelano i progetti scelti per la Biennale: 71 studi in mostra

Mariagrazia Barletta

I contenuti «generosi» e di qualità scelti dalle due architette irlandesi per la mostra «Free space» che apre il 26 maggio prossimo

Una Biennale "educativa", che intende sensibilizzare il grande pubblico, affinché ci sia più consapevolezza e meno conformismo nella domanda di architettura. Una Biennale che - nel ricercare esempi in grado di soddisfare l'esigenza di benessere dell'uomo, parlando anche al suo spirito - fa affidamento su molte grandi firme, ma anche su progettisti poco o per niente conosciuti. La sedicesima Mostra internazionale di Architettura di Venezia (26 maggio 25 novembre), il cui programma è stato presentato venerdì 2 marzo a Venezia, metterà in scena il tema «Free space», che si riassume nella ricerca di spazi di qualità, capaci di esprimere quella «generosità di spirito e senso di umanità» che l'architettura può rendere espliciti, come le curatrici irlandesi, Yvonne Farrell e Shelley McNamara, hanno più volte rimarcato.

In realtà «Free space» più che un tema, è un manifesto, una sorta di decalogo della buona architettura, dell'architettura responsabile nei confronti dell'uomo, dell'ambiente e della storia dei luoghi, in grado di enfatizzare i doni della natura, come la luce e i materiali. E, decalogo alla mano, le curatrici irlandesi hanno intrapreso un viaggio per cercare i progetti che meglio potessero rappresentare i concetti del loro manifesto della buona architettura. Hanno scelto 71 progettisti per le mostre che saranno allestite alle Corderie e al Padiglione centrale della Biennale. Accanto alle grandi firme dell'architettura, che a primo acchito si potrebbe dire poco abbiano a che fare con il tema annunciato, ci sono progettisti affermati e nomi poco o per niente conosciuti. Ritroviamo Alejandro Aravena, e anche molti studi già invitati nella scorsa Biennale, come Assemble, Amateur Architecture studio, Peter Zumthor, David Chipperfield, Kazuyo Sejima + Ryue Nishizawa dello studio Sanaa e l'italiana Maria Giuseppina Grasso Cannizzo. Tra i grandi dell'architettura c'è Paulo Mendes da Rocha, a cui nella scorsa edizione della Biennale fu assegnato il leone d'oro alla carriera, e poi: Rafael Moneo, Eduardo Souto de Moura, Sauerbruch Hutton, Toyo Ito, Odile Decq e O'Donnell + Tuomey, solo per citare alcuni dei nomi più conosciuti.

Oltre a Grasso Cannizzo, di italiani ci saranno Benedetta Tagliabue, Cino Zucchi, Riccardo Blumer e Walter Angonese. Meno note Francesca Torzo e Laura Peretti. La prima, docente alla Bergen Arkitekthøgskole in Norvegia, ha un suo studio a Genova, molto impegnato nel campo dell'edilizia residenziale. Tra gli ultimi progetti, il raffinato ampliamento della galleria di arte contemporanea a Hasselt, in Belgio. Laura Peretti, fondatrice di StudioInsito (Roma), ha lavorato per molti anni in Portogallo, anche con Souto de Moura e Siza, ha realizzato opere in Italia e all'estero e vinto molti concorsi internazionali, tra questi, nel 2015, quello per la riqualificazione del Corviale a Roma (bandito dalla Regione Lazio e da Ater Roma).

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L'imperativo per questa Biennale è coinvolgere i visitatori, compresi soprattutto i non addetti ai lavori. «L'architettura ha bisogno che i cittadini esprimano domande adeguate» ha affermato Paolo Baratta, presidente della Biennale. «È stata una nostra precisa scelta – ha continuato - quella di dare grande impulso al settore dell'architettura, per approfondire l'impegno nella più politica delle arti e rivolgerci al pubblico in funzione informativa ma anche pedagogico-politica». Il tema è «promuovere il "desiderio" di architettura», una necessità già rimarcata in occasione della Biennale socialmente impegnata di Alejandro Aravena.

In linea con quanto dichiarato da Baratta, la Mostra - scrivono le curatrici nel loro manifesto - «propone un coinvolgimento emotivo e intellettuale dei visitatori che verranno alla Biennale, per comprendere l'architettura, stimolare il dibattito sui valori centrali e celebrare il contributo reale e duraturo che l'architettura offre all'umanità». Si è tornati più volte sul significato del tema «Free space» durante la conferenza stampa. Le curatrici, nonostante lo avessero già presentato lo scorso giugno, hanno voluto ritornarci con una successione di fotografie, presentate in collegamento dall'Irlanda, dove sono rimaste bloccate da una tempesta di neve. Tra queste, a scorrere sul video, c'era l'immagine della seduta di cemento, ricoperta di piastrelle, che Jørn Utzon pensò per l'entrata del Can Lis a Maiorca, modellandola sul corpo umano. E poi il museo d'arte di San Paolo, in Brasile, di Lina Bo Bardi, dal cui belvedere i cittadini possono godere della vista sulla città, ed ancora, l'edificio per abitazioni a via Santa Maria della Porta, a Milano, di Caccia Dominioni, elogiato per «l'eleganza e la sofisticatezza» delle finestrature.

Le due sezioni speciali
Ai 71 invitati se ne affiancheranno altri 29, partecipanti alle sezioni speciali. La prima si intitola Close Encounter, meetings with remarkable projects e presenterà lavori che nascono da una riflessione su progetti noti del passato; la seconda dal titolo The Practice of Teaching, raccoglierà lavori sviluppati nell'ambito dell'insegnamento.

Le 65 partecipazioni nazionali
Oltre al padiglione italiano, curato da Mario Cucinella e dedicato alle aree interne del Paese, ci saranno 65 partecipazioni nazionali, con mostre negli storici Padiglioni ai Giardini, all'Arsenale e nel centro storico di Venezia. Sono 7 i Paesi presenti per la prima volta: Antigua & Barbuda, Arabia Saudita, Guatemala, Libano, Mongolia, Pakistan, e la Santa Sede che partecipa con dieci cappelle, disegnate da altrettanti architetti, coordinati da Francesco Dal Co. Si tratta di piccole architetture visitabili sull'Isola di San Giorgio Maggiore.

I progetti speciali e le conversazioni di architettura
Sono due i progetti speciali. Uno, curato dalle fondatrici dello studio Grafton, è dedicato a Forte Marghera, a Mestre, e consiste in un'installazione degli architetti Sami Rintala e Dagur Eggertsson, realizzata anche per ospitare alcune manifestazioni in programma. L'altro è un padiglione delle arti visive, realizzato dal Victoria & Albert Museum di Londra, che aprirà una riflessione sul futuro del social housing e presenterà un frammento del complesso di case popolari, Robin Hood Gardens, progettato da Alison e Peter Smithson nell'East London e completato nel 1972. Infine è in programma un fitto calendario di conversazioni di architettura (meetings on architecture), sempre a cura di Farrel e McNamara.


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