Progettazione e Architettura

Dal centro Pompidou a Casa Italia, oggi l'«anti-genio» artigiano Renzo Piano compie 80 anni

Luigi Prestinenza Puglisi

Renzo Piano, quando inaugurò il centro Pompidou a Parigi, aveva quarant'anni. Oggi nel 2017 il Beaubourg compie 40 anni e Piano ne festeggia 80

Renzo Piano, quando inaugurò il centro Pompidou a Parigi, aveva quarant'anni. Oggi nel 2017 il Beaubourg compie 40 anni e Renzo Piano festeggia i suoi 80. Pochi, quaranta anni fa, avrebbero previsto tanto successo per l'architetto genovese. Per molti il Beaubourg era un ammasso di ferraglia, un monumento alla tecnologia capitalista, e in quegli anni questa frase corrispondeva a un anatema presso la critica rigorosamente allineata con le posizioni estreme di sinistra. Oggi, che tanta acqua è passata sotto i ponti, per fortuna neanche ci si ricorda più di queste dispute ideologiche. Accusato di bowelism, cioè di mostrare le budella dell'edificio, secondo una brillante definizione del critico inglese Reinher Banham - che però vedeva questa poetica con simpatia - Renzo Piano ha impegnato tutte le sue energie per togliersi di dosso la nomea. E ci è riuscito magnificamente diventando l'alfiere della misura e dell'Italian Style. Tanto è vero che oggi, parlando del suo capolavoro, lo rubrica ad una impresa di ragazzacci, sapendo che tanto l'opera si difende da sé, mentre preferisce mostrare un atteggiamento moderato e tranquillizzante che contribuisce alla sua fama, oramai universale.

Tutti, anche i non addetti ai lavori, sanno chi è Renzo Piano, probabilmente molti di più di quanti oggi sappiano il cognome del nostro Presidente della Repubblica o del Consiglio.
Il segreto di Piano, oltre alla bravura, è la comunicazione. È uno dei pochi architetti che riesce a spiegare a tutti i propri progetti attraverso concetti elementari comprensibili e condivisibili. Ed è anche uno dei pochi che sa prevenire le critiche oggi inevitabili quando si realizza anche la più piccola costruzione. Indimenticabile il racconto delle coperture dell'auditorium a Roma ispirate, per farle accettare alla Soprintendenza, alle cupole di Roma o della smaterializzazione della piramide dello Shard, il più alto edificio d'Europa, attraverso ipotetiche schegge di cristallo. Per ogni progetto - si pensi al Vulcano Buono - Piano sa sempre trovare le parole giuste, le immagini giuste.

Irraggiungibile affabulatore e grande costruttore, anche se probabilmente non un genio dell'architettura, se alla parola genio vogliamo dare il significato di uno che presenta lo spazio come non avresti mai potuto e saputo immaginare. Ma, mentre i geni sbagliano, e con la loro ansia di novità, disturbano, si pensi per esempio a Frank O. Gehry o a Zaha Hadid, Piano non sbaglia (quasi) mai perché presenta sempre il mondo così come avresti sperato che fosse. «Qui - ragioni, davanti a un'opera di Piano - vorrei vivere, vorrei lavorare, vorrei esporre». Ogni sua costruzione è impeccabilmente elegante come un abito su misura. E vi è sempre un quid di sperimentazione. Che non è più straripante, come lo fu nel Beaubourg, ma sempre presente: il tetto verde, un sistema particolare di doppia pelle, una facciata per pixel, un leggero sistema di ombreggiatura. Come una spugna, Piano ha il dono infatti di captare le novità più significative e di toglierle dalla generosa ma caotica confusione delle ricerche d'avanguardia per trasformarle in realtà costruttive. Se fosse lecito un parallelismo, non è lo scienziato che scopre nuovi paradigmi ma che riesce, con straordinaria bravura, a immetterli nel circuito della scienza: non l'Einstein che inventa la relatività ma il Joseph C. Hafele e il Richard E. Keating che la verificano elegantemente.

Amato da tutti, Renzo Piano non poteva che essere fatto senatore a vita. Un laticlavio che a lui come pochi spettava. Ma estremamente pericoloso per uno che è abituato a piacere a tutti e si è trovato catapultato in una delle assise più litigiose della nazione. Fatto senatore, Piano ha cercato di urtare il meno possibile le suscettibilità dei diversi schieramenti. Da qui l'impegno su temi che non potevano che essere largamente condivisi: per esempio la riqualificazione delle periferie. Ma sempre in termini così generali da evitare, entrando troppo nell'argomento, di sollevare reazioni negative. Non si può dire che la strategia non abbia prodotto qualche risultato e dei finanziamenti. Così come il successivo impegno per il terremoto, sempre portato avanti con formidabile prudenza. Certo è che per la gran massa degli architetti italiani, che avrebbero voluto vedere un Piano più combattivo e addirittura l'artefice di nuove leggi sull'architettura, si è trattato di una cocente e crescente delusione. Santo Piano, gira sempre più diffusamente la voce, non è ancora riuscito a fare il miracolo. Auguri, Maestro, siamo sicuri che prima o poi lo farai.


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