Progettazione e Architettura

A Pieve Emanuele (Mi) apre il nuovo campus Humanitas firmato Filippo Taidelli

Mariagrazia Barletta

L'ateneo è stato progettato per favorire la "contaminazione" grazie alla presenza di molti spazi informali per l'incontro, lo scambio di esperienze e conoscenze

Una composizione di volumi dalle tonalità calde, disposti intorno ad una piazza verde e inseriti in un grande parco pedonale, sul modello dei campus anglosassoni. A Pieve Emanuele, a sud di Milano, tra capannoni industriali, il Parco agricolo Sud, è stato completato il nuovo campus dell'Humanitas University, il giovane ateneo privato dove la medicina si insegna in inglese e che ha sede presso l'Humanitas Research Hospital di Rozzano.
Il progetto, dello studio Fta Filippo Taidelli Architetto, comprende un edificio polifunzionale con mensa, biblioteca e funzioni comuni, il polo della didattica e laboratori di ricerca. Dunque tre volumi che si organizzano intorno a una piazza aperta sui percorsi tra il verde. Fiore all'occhiello è il simulation center: un luogo in cui fare pratica in modo virtuale, in ambito medico e chirurgico, in cui sono ricostruiti in modo fedele gli ambienti di una moderna struttura ospedaliera, come le sale operatorie, di terapie intensiva o le sale di pronto soccorso, con robot e manichini che riproducono le reazioni del corpo umano.
Come previsto, il nuovo complesso - realizzato dalle imprese Colombo Costruzioni (capogruppo e mandataria) e Landi - è stato completato in tempo per entrare in funzione per l'anno accademico 2017-2018. Intanto, accanto al nuovo campus sta sorgendo anche una residenza universitaria, che si prevede di aprire per l'estate 2018, anch'essa progettata dallo studio di Filippo Taidelli.

L'articolazione dei volumi digradanti e dalle diverse altezze, non solo rende varia e gradevole la composizione dell'architettura, ma è studiata per mitigare l'apporto solare nei mesi estivi e limitare le dispersioni termiche in quelli invernali. Oggetto di studio è anche l'ombreggiamento delle parti vetrate. In definitiva, l'architettura è già energicamente performante per forma. Nel campus non ci sono confini netti tra ricerca, cura e didattica, ma le tre componenti si integrano. E, come le più importanti esperienze nel campo universitario insegnano, è fondamentale favorire la contaminazione, moltiplicare le occasioni di incontro e di confronto tra i diversi soggetti: ricercatori, studenti, docenti e visitatori.
Così, nel campus proliferano luoghi informali per riunirsi, incontrarsi, lavorare in team. Nell'edificio polifunzionale, cuore delle attività comuni, dove gli spazi affacciano su una corte interna verde, caratterizzata da grandi vetrate, lo spazio è fluido, privo di rigide separazioni, caratterizzato da doppie e triple altezze e da un'ampia terrazza, utilizzabile all'occorrenza come aula all'aperto.

Così come negli uffici di ultima generazione non si lavora necessariamente seduti ad una scrivania, allo stesso modo nel campus crescono gli ambienti informali e si studia anche seduti al bar o negli spazi aperti. Questi favoriscono lo scambio occasionale di esperienze e di conoscenze e rappresentano - è ormai una consapevolezza diffusa - un valore aggiunto.
Le aule hanno un layout flessibile e possono essere configurate in diverso modo, a seconda delle esigenze didattiche, adattandosi anche alle necessità legate al lavoro di gruppo. A rafforzare la strategia energetica provvedono, tra l'altro, la facciata ventilata con rivestimento in ceramica, l'installazione di pannelli fotovoltaici e solari termici, un impianto di Building management system (Bms) e un impianto di riscaldamento con pompa di calore geotermica. Il verde diventa una componente importante per lo spazio interno che, nella sua organizzazione, tende a mantenere costante il collegamento visivo tra gli ambienti chiusi e i percorsi nel verde.


© RIPRODUZIONE RISERVATA