Progettazione e Architettura

Tagliabue Volontè (Ifdesign): l'abitazione deve essere versatile e flessibile nel tempo

Mariagrazia Barletta

Intervista all'autore della Wiggly house a Ponte Lambro (Como), che tiene conto dei mutamenti nel mondo del lavoro e nelle dinamiche sociali

Talvolta «l'evoluzione della famiglia avviene secondo modalità non previste», per questo una casa che si basi esclusivamente «sulle esigenze del momento o su quelle che si pensano siano le esigenze future del cliente, è sbagliato». A dirlo è Franco Tagliabue Volontè, fondatore con Ida Origgi dello studio di architettura Ifdesign di Milano. Nel loro percorso hanno incrociato due maestri: Pierluigi Nicolin negli anni dell'università e in seguito Cino Zucchi. Dal primo hanno colto un'importante lezione: approcciare l'architettura con «apertura mentale», ci dice Tagliabue Volontè, dal secondo «coltissimo e grande costruttore», hanno imparato «a essere pronti sul campo». Nei loro progetti per residenze combinano attenzione al luogo, sperimentazione e riflessioni sui modelli abitativi in relazione anche alle dinamiche sociali. «La famiglia contemporanea è molto flessibile nella sua configurazione» afferma Tagliabue Volontè.

Col tempo il numero dei componenti varia; i genitori, diventati anziani, tendono a ritornare in famiglia. E sono sempre più i giovani che lavorano da casa. Queste e altre evoluzioni non sono prevedibili e la conseguenza è che per far fronte al futuro, il progetto deve essere ad alto grado di versatilità. È questo un principio centrale per Ifdesign - ci spiega l'architetto - e su questo si basa la Wiggly house, una piccola villa introversa, organizzata intorno a patii interni e concepita come una sorta di modulo che attende di essere completato. Realizzata a Ponte Lambro (Como) nel 2015, continua a conquistare premi, tra questi una nomination al Mies van der Rohe Award e un primo posto al concorso internazionale Cid-Chicago.
Il tema della versatilità nella Wiggly house, come in altri progetti di Ifdesign, si divide in due imperativi. Primo: la possibilità di ampliamento deve essere nel codice genetico dell'architettura, in modo che un futuro incremento di volume non vada a snaturarne forma e bellezza. Secondo: la casa - almeno nei suoi spazi-chiave - deve prestarsi a più configurazioni possibili. Il tema dell'abitare per Franco Tagliabue Volontè si incrocia con la ricerca (è docente al Politecnico di Milano e visiting professor all'Università di Quito) e con l'emergenza post-catastrofe.
È infatti esperto di strategie di rigenerazione post-sisma, tema al quale ha dedicato un libro (scritto con Nina Bassoli, docente al Politecnico) e che lo vede impegnato nella ricostruzione di alcune città costiere dell'Ecuador, colpite dal sisma nel 2016. La sua ricerca si concentra sulla seconda emergenza: quel periodo in cui si cerca di ripristinare la vita nei centri colpiti allestendo edifici temporanei. Tali edifici restano comunque in vita per molti anni ed è importante - afferma l'architetto - «capire quali siano le formule per il loro consolidamento nel tessuto delle città».

Rappresentano i luoghi da cui «rinasce una vita dopo un trauma» ed è importante che abbiano anche una qualità architettonica. Tagliabue Volontè rivolge qualche critica alle soluzioni abitative di emergenza approntate nel post-terremoto del Centro Italia. «Siamo a poco meno di otto mesi dalla prima scossa e stanno distribuendo le prime abitazioni. Le stiamo vedendo tutti: non sono dei buoni edifici per le città, perché li stiamo considerando come degli edifici temporanei a tutti gli effetti, con una vita molto limitata, e invece la nostra esperienza ci dice che queste strutture rimarranno per anni».
«Un terremoto importante arriva in Italia statisticamente ogni quattro-cinque anni», per cui secondo Tagliabue Volonté bisognerebbe giocare d'anticipo. «Le prime case di Amatrice non hanno un costo diverso da quello delle costruzioni definitive» e allora perché non prepararsi prima, per avere pronti «edifici più corretti, più giusti, magari più belli, più accoglienti, perché in fondo le popolazioni colpite da un trauma avrebbero bisogno anche dell'architettura in questi termini, non solo dell'edilizia».


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