Progettazione e Architettura

Biennale Architettura, Baratta sceglie l'equilibrio: le socie di Grafton Architects cureranno l'edizione 2018

Luigi Prestinenza Puglisi

Prossima edizione dell'esposizione veneziana affidata a Yvonne Farrell e Shelley McNamarra, che in Italia hanno realizzato l'edificio della Bocconi di Milano

La nomina delle due socie di Grafton Architects, Yvonne Farrell e Shelley McNamarra, come curatrici della prossima edizione della biennale di architettura è, a mio avviso, l'ennesima prova della bravura e del fiuto del direttore della Biennale di Venezia, Paolo Baratta.
Dopo il coinvolgimento nei conflitti del sociale della scorsa edizione, curata con il titolo Reporting from the Front dal cileno Alejandro Aravena, continuare a muoversi sul versante ultra-impegnato, sia pure in salsa radical chic, sarebbe stato impensabile.
Così come, dopo tante promesse di affrontare e risolvere i problemi dell'habitat umano alla scala planetaria, sarebbe stato giudicato un passo indietro rivoluzionare le carte e scegliere per la nuova biennale di architettura un personaggio dello Star System, per esempio un Frank O. Gehry o un Jean Nouvel.

Serviva una scelta che fosse insieme di continuità di impegno sociale e di distacco dal formalismo estetizzante. E soprattutto che fosse politically correct in almeno cinque punti.
Primo: il curatore avrebbe dovuto essere una curatrice. Era dal 2010, cioè da quando era stata nominata la Kazuyo Sejima, che non se ne vedeva una.
Secondo: la curatrice, diversamente dalla giapponese, non avrebbe dovuto avere una precisa identità personale, quindi meglio una coppia di curatrici che lavorassero in team.
Terzo: il team avrebbe dovuto essere conosciuto abbastanza in modo da vantare un profilo da archistar, ma, secondo lo stile Aravena, senza tale etichetta perché, come insegnano gli stilisti della moda, oggi per essere una archistar bisogna non esserlo.
Quarto: il team avrebbe dovuto vantare nel curriculum una produzione edilizia formalmente solida tanto da contrastare con la propria opera questi tempi di disimpegno e di globalizzazione.

Quinto: avrebbe dovuto avere un approccio teorico debole ma tale da essere bene accetto ai teorici di professione che, altrimenti, avrebbero fatto quadrato per stroncare l'evento, anche in considerazione del fatto che avrebbero nutrito risentimento per una biennale che, da diverse edizioni, chiama come curatori progettisti e non critici, con una scelta che non ha corrispettivi nel versante dell'arte (vi immaginate che succederebbe se a curare la biennale d'arte, invece che un critico, fosse chiamato Alessandro Cattelan o Damien Hirst?).
Per tutte queste ragioni Yvonne Farrell e Shelley McNamarra, sono le direttrici perfette e Paolo Baratta il perfetto direttore delle direttrici.
Che tipo di architettura potremo aspettarci dalla loro curatela? Quella che va di moda oggi; solida, robusta, un po' autoritaria. Come l'edificio della Bocconi di Milano o l'Università a Lima realizzati proprio da Grafton. Opere che ci ricordano le architetture degli anni cinquanta e sessanta: un po' di brutalismo e un po' di Luis Kahn. Il tutto rivisto con un maggiore senso della trasparenza e con il gusto per le superfici levigate e il dettaglio raffinato.

Continuità quindi non con l'Aravena barricadiero e super impegnato socialmente ma con l'Aravena autore di opere per la buona e ricca borghesia la quale è stanca di inseguire le mode e vuole tornare al monumento più duraturo del bronzo e alla disciplina, non capendo che, alla fine, si tratta di un'ennesima moda che presto abbandonerà per ributtarsi nel vortice dello stupore e della novità. Ma questo accadrà nel futuro, forse tra cinque anni: oggi a dominare è il filone delle buone intenzioni. E le miracolate sono le non eccelse, ma comunque brave e disciplinate, irlandesi Yvonne Farrell e Shelley McNamarra.


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