Progettazione e Architettura

L'intervento. Italiani facciamoci conoscere: la mia esperienza da giurata all'American architecture prize

Elisa Burnazzi*

Su un totale di circa 450 progetti, al premio americano hanno partecipato 51 italiani e ben 22 sono risultati vincitori


Quando mi è stato chiesto di essere una giurata dell'American Architecture Prize (AAP) mi sono stupita, ma quando ho scoperto di essere l'unica italiana, non ci potevo credere. E' un onore aver affiancato in questo percorso personalità dell'architettura come, tra gli altri, Will Allsop, Ben Van Berkel, Cesar Pelli e Jennifer Siegal. Credo che il mio nome sia arrivato agli organizzatori perché all'inizio di quest'anno sono stata inserita nella rosa delle finaliste del Moira Gemmill Prize (unica italiana su otto finaliste), organizzato dalla rivista The Architectural Review. Una sezione del premio è stata dedicata alle giovani emergenti. A Londra la nutrita giuria presieduta da sir Norman Foster è rimasta colpita dal fatto che le
architetture di Burnazzi Feltrin Architetti fossero state realizzate in Italia e tra l'altro non in una grande città, ma in provincia, in luoghi che pochissimi di loro conoscevano.

L'organizzazione del premio AAP mi ha chiesto di rispondere a questa difficilissima domanda: «Che cosa intendi per architettura?». Secondo me, un'architettura o uno spazio aperto sono straordinari quando sono in grado di emozionarci. Per essere realmente straordinarie le architetture devono affidarsi alla forza del cuore. L'architettura raggiunge pienamente il suo scopo quando ci fa stare bene, se guardandola e abitandola ci sentiamo confortati e accolti. Un bravo architetto gioca con lo spazio e con la luce, fa cantare i materiali, accompagna i fruitori dei suoi spazi in un viaggio durante il quale potranno fare mille scoperte. Percorrendo e usando gli spazi che l'architetto ha creato, i fruitori entrano
in comunicazione con il loro corpo, con le emozioni, con i ricordi.

Come studio di architettura cerchiamo di rispondere, attraverso le nostre opere, anche alle esigenze emotive dei nostri fruitori: per quanto mi riguarda, non progetto solo con la mente, ma anche con il cuore. Sono dell'opinione che, come tecnici del costruire, non dobbiamo spaventarci di fronte alle emozioni o aver paura di non essere abbastanza professionali, al contrario. Gli edifici più belli di tutte le epoche, quelli che veramente si ricordano e che
non passano mai di moda, sono quelli in grado di assecondare i sensi e di comunicare profondamente con il nostro essere. Preferisco quindi le opere di architettura che non siano solo belle alla vista, ma che abbiano un obiettivo alto da raggiungere.

All'università ci hanno insegnato che se mettiamo tanti contenuti teorici nei nostri edifici, chi ne userà gli spazi prima o poi potrà comprendere questi contenuti. Si potrebbe pensare che una bella architettura debba colpire visivamente, per le sue caratteristiche estetiche, o che il suo valore si possa misurare in base al suo contenuto tecnologico. Fare architettura in questo modo spesso ci pone a confronto con altri progettisti; la competizione che può innescarsi tra noi non è un cattivo sentimento, anzi ci spinge a fare sempre meglio, a cercare risposte adeguate e quindi a essere orgogliosi delle nostre architetture.

Un premio fa proprio questo, mette in competizione varie opere e svariati modi di progettare. Ma il mostrare fine a se stesso, che si può spingere fino ad ostentare, porta a costruire edifici straordinariamente affascinanti, ma superficiali perché non portano nulla ai sensi, salvo a quello visivo. Fare un'architettura è un'operazione più complessa, che implica un impegno sociale concreto. L'architettura può e deve essere uno strumento per trasformare il mondo attraverso la trasformazione degli spazi aperti e chiusi.

Come giurata, nelle passate settimane ho visionato un centinaio di progetti in numerose categorie, dall'architettura, agli interni, all'urbanistica e al paesaggio. Ho conosciuto opere di tutte le dimensioni e funzioni, realizzate in tante parti del mondo: abitazioni, ospedali, scuole, centri commerciali, parchi, e tanti altri. Le ho valutate, su richiesta degli organizzatori, in base di tre criteri, forma, funzione e innovazione. Non per forza le architetture coraggiose sono legate ad un uso sociale o pubblico, ma devono essere in grado di far pensare, di entrare in dialogo con il contesto del nostro tempo.

Ad esempio per quanto riguarda gli edifici abitativi familiari il valore può essere variabile. Posso apprezzare la ricerca filologica, ma valuto con interesse anche l'aspetto innovativo e la capacità di osare, di vedere oltre, mentre non ritengo particolarmente efficaci le architetture che si affidano totalmente alla tecnologia. Mi sono fatta un'idea molto chiara di che cosa si è costruito o si sta costruendo dentro e fuori dall'Italia. Sì, perché all'AAP, su un totale di circa 450 progetti,hanno partecipato 51 italiani, e ben 22 sono risultati vincitori. Questa è davvero una proporzione molto alta.

Due nomi fra tutti? I premiati con la medaglia d'oro: D&sign di Milano con il progetto 555 store, realizzato a New York e lo studio Stifter + Bachmann di Pfalzen, Bolzano, con la Scuola di Bouldering e Climbing di Brunico. Annoto con soddisfazione che i premiati e le menzioni vedono una prevalenza di opere architettoniche rispetto agli arredi. È indice che la qualità viene sempre più ricercata negli edifici e questo fa ben sperare per il futuro delle nostre città e per le prospettive della professione.

Infine, approfitto di questo spazio per spronare i giovani progettisti a partecipare a premi come questo. Un premio d'architettura tiene viva l'attenzione, la competizione è un escamotage: facciamoci conoscere, questo ci aiuterà come progettisti e, ne sono certa, migliorerà anche il nostro paese.

*Elisa Burnazzi è co-fondatrice dello studio Burnazzi Feltrin Architetti, con sedi a Trento e Rimini. Recentemente lo studio è stato insignito del premio internazionale ‘Best of Best – Iconic Award', categoria architettura, per il centro di aggregazione giovani e anziani di Poggio Picenze (AQ). Burnazzi è stata l'unica finalista italiana del premio internazionale «The Moira Gemmill Prize for Emerging Architecture» dedicato alle architette emergenti. Quest'anno il sito Archdaily l'ha inserita nella lista delle 15 donne architetto che hanno progettato edifici eccezionali nel mondo.


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