Progettazione e Architettura

A Venezia apre il negozio nel Fondaco dei Tedeschi con il restyling firmato Koolhaas

Mariagrazia Barletta

Dal primo ottobre è aperto al pubblico il negozio di abbigliamento di lusso sul Canal Grande, con ristorante e spazi per eventi culturali

Apre al pubblico dopo la trasformazione firmata dallo studio Oma, il Fondaco dei Tedeschi a Venezia, uno dei più ampi palazzi della città antica, affacciato sul canal Grande. Nel Cinquecento i mercanti provenienti dal Nord vi scambiavano le merci, negli anni Trenta i cittadini ne varcavano l'ingresso per recarsi agli uffici postali e ora veneziani e turisti ne calcano gli spazi griffati - attorniati da lamine dorate, rivestimenti "leopardati" e da un percorso di scale mobili che si svolge come un tappeto rosso - per acquistare prodotti di lusso o per provare i piatti di un ristorante con chef stellato.

Per il mega-store di Dfs, il marchio del travel retail del lusso e divisione del gruppo Lvmh (Moët Hennessy Luois Vuitton), il taglio del nastro è dunque arrivato e dal primo ottobre gli spazi sono aperti a tutti. Oltre alle funzioni commerciali, legate alla catena proprietaria degli spazi duty free dei principali scali aeroportuali del mondo, nel palazzo storico saranno ospitati anche eventi culturali.
Uno spazio scintillante e accattivante. È ciò che nasce dalla fusione tra lusso e progetto di archistar, guidato da Rem Koolhaas e da Ippolito Pestellini Laparelli e Silvia Sandor, rispettivamente partner e senior architect allo studio olandese. A curarne gli allestimenti interni è stato invece l'architetto britannico Jamie Fobert.

Edificato nel 1228, poi distrutto due volte da incendi e riedificato a inizio Cinquecento, il Fondaco è stato, fino alla fine della Repubblica veneziana, un magazzino per le merci trasportate dai mercanti tedeschi, ungheresi e austriaci, una sorta di luogo di accoglienza e di scambi commerciali per i mercanti provenienti dalla Germania e dall'Europa del Nord. Un edificio di grande pregio, per decorare il quale erano stati chiamati Tiziano e Giorgione (della cui opera restano poche tracce). In epoca napoleonica divenne ufficio doganale e poi durante il regime fascista fu trasformato in sede delle poste, subendo interventi radicali che non disdegnarono l'uso del cemento.
Lo storico palazzo è ora di proprietà della società Edizione del gruppo Benetton, che l'acquistò nel 2008 dal Demanio per 53 milioni di euro. Poi, l'accordo con il Comune di Venezia per la riqualificazione e rifunzionalizzazione in deroga alla normativa urbanistica. Nel 2011 la società Edizione si impegna a concedere all'amministrazione cittadina l'utilizzo del palazzo per eventi culturali, per almeno dieci giorni all'anno, e l'utilizzo gratuito della sala eventi per iniziative istituzionali. Un impegno preso attraverso la sottoscrizione di una convenzione che prevedeva anche il trasferimento al Comune, da parte della società del gruppo Benetton, di una somma pari a 6 milioni di euro come «contributo in denaro a titolo di beneficio pubblico».

IL PROGETTO DELLO STUDIO OMA E LA FOTOGALLERY DELL'OPERA APPENA COMPLETATA

Il primo progetto scatena le critiche degli ambientalisti e di esponenti della cultura. Ad esempio Salvatore Settis, l'ex direttore della Normale di Pisa, a febbraio 2012, sulle pagine di Repubblica, lo definisce «l'equivalente di una mega-nave piombata nel cuore di Venezia». Dopo il parere del Comitato tecnico scientifico istituito presso il ministero dei Beni culturali, che arriva a maggio 2012, il progetto viene in parte modificato in modo da attenuarne l'impatto. Si rinuncia, tra l'altro, alla realizzazione di una terrazza panoramica "a vasca" sul tetto, ossia l'intervento che più di altri aveva animato i dibattiti, e poi arrivano i via libera dalla soprintendenza e il permesso di costruire in deroga.

In prima linea contro il progetto resta Italia Nostra, che impugna gli atti autorizzativi prima davanti al Tar e poi al Consiglio di Stato. Una battaglia che si è conclusa, poi, con un nulla di fatto. Oggetto della contestazione, alcuni interventi considerati irrispettosi del valore storico del monumento, che secondo l'associazione andavano ad alterare anche parti originali dell'edificio. Sotto accusa: la traslazione in altezza del lucernario posto a copertura della corte al fine di ricavarne ulteriore spazio, la creazione di un foro circolare nella muratura interna per segnalare la presenza delle scale mobili e anche la terrazza e le modifiche al tetto. Ma, non solo, Italia Nostra contestava anche il ricorso al permesso di costruire in deroga. Secondo l'associazione, infatti, non c'era alcun interesse pubblico nella riqualificazione di un edificio per fini commerciali, seppure in parte dedicato a scopi culturali, e quindi – affermava Italia Nostra – non c'era il presupposto essenziale per applicare l'istituto del permesso di costruire in deroga agli strumenti urbanistici generali.

Prima il Tar e poi il Consiglio di Stato smontano le accuse una ad una. La soprintendenza – afferma il Consiglio di Stato – aveva ritenuto gli interventi sotto accusa compatibili perché praticati su parti non più originali dal punto di vista storico-architettonico, sottolineando anche che l'immobile era stato sottoposto ad un accertamento dello stato di alterazione da parte di una commissione scientifica comunale, che aveva accertato un'irreversibile trasformazione del palazzo negli anni 1929-39, quando, tra l'altro, per realizzare la sede delle Poste, era stata demolita la struttura originaria del tetto, sostituita da travi in calcestruzzo armato. Infine l'interesse pubblico secondo il Consiglio di Stato era legato agli effetti benefici derivati dalla deroga, tra questi la creazione di posti di lavoro (più di 400), il recupero di un importante edificio storico che versava in cattive condizioni e l'apertura di ambienti prima preclusi al pubblico.
I lavori sono andati avanti fino alla conclusione, lo scorso giugno. Intanto l'intervento continua a dividere, con le opinioni costruite intorno ai delicati concetti di rispetto della preesistenza, di autenticità e rigore dei metodi ormai consolidati nell'ambito del restauro.


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