Progettazione e Architettura

Cappochin (Cna): «Tornare a investire sulle politiche urbane di lungo termine»

Franco Tanel

Alla Biennale di Architettura "Barbara Cappochin" il presidente degli architetti rilancia il tema dello sviluppo urbano, indicando gli esempi europei da seguire

Che cosa ci insegnano le esperienze di rigenerazione urbana di Essen ed Amburgo, ma anche quelle di Nantes, Helsinki, Malmö o Friburgo? Sostanzialmente che solo attraverso una programmazione almeno ventennale e una coerente visione strategica del futuro del territorio e delle città è possibile intervenire con successo, e che l'intervento pubblico, con una legislazione ad hoc e un impegno finanziario commisurato all'obiettivo è fondamentale.

Sono questi i temi al centro della seconda Conferenza Internazionale che la Biennale di Architettura "Barbara Cappochin" e l'Ordine degli Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori dedica alle "Capitali verdi europee" per promuovere un confronto sulla rigenerazione urbana sostenibile intesa come politica strategica per ridisegnare le nostre città da oggi al 2050.
«Nella passata edizione della Biennale siamo partiti con le analisi degli ecoquartieri più innovativi a livello europeo - spiega Giuseppe Cappochin, presidente della Fondazione Barbara Cappochin e del Consiglio nazionale degli architetti - e abbiamo visto paesi diversi con economie e politiche diverse, ma tutti con una serie di principi comuni, il primo dei quali è avere una visione strategica del futuro, cioè quella che sarà la città nel 2050. Tutta la loro impostazione parte da questo principio, e questa scelta è rafforzata dalla analisi che stiamo facendo con questa seconda edizione dedicata alle capitali verdi europee. Siamo stati a Nantes, a Essen ad Amburgo e a Lubjana, domenica saremo a Bristol».

Visione strategica per il futuro, ma anche legislazioni coerenti con le finalità perseguite e un coinvolgimento pubblico importante. «Prima di tutto le strategie che guardano lontano - prosegue Cappochin - ma anche la necessità di leggi che finanzino strutturalmente queste iniziative, perché la rigenerazione costa di più della nuova edificazione e allora se vogliamo incentivarla, ci vuole un finanziamento pubblico. Guardiamo alla Francia: già nel 2003 ha fatto una legge creando la Anru, Agenzia nazionale di rinnovamento urbano, che riunisce i vari ministeri, in modo che tutti i soldi, di tutti i ministeri convergono sulle città, ognuno per il suo settore di competenza, però con una politica coordinata. In Francia 12 miliardi di euro pubblici hanno fatto da volano a 44 miliardi di euro di interventi realizzati da privati. Ma anche in Germania ad Amburgo, ad HafenCity, un'isola a sud del centro storico, hanno investito 2,4 miliardi di soldi pubblici , recuperati vendendo lotti edificabili, che hanno fatto da volano a 8 miliardi di euro privati. Se ci sono dei finanziamenti strutturali, non episodici, che vanno in una certa direzione, questi generano altri investimenti. Un euro pubblico investito fa da leva a tre-quattro euro di investimenti privati. Noi in Italia invece facciamo una legge che mette a disposizione 500 milioni di euro per la rigenerazione, ma è una iniziativa estemporanea, e distribuisce i soldi a pioggia, basta guardare i criteri che sono talmente ampi e senza un disegno di città futura. Se io non ho un progetto di città futura non posso immaginare che mi nasca un volano che genera altri investimenti».

È interessante vedere quindi come ci si è mossi per avviare il processo di rigenerazione e quali gli strumenti usati. «I due esempi di Ile de Nantes e HafenCity che sono due casi analoghi, entrambe due isole degradate a sud dei rispettivi centri storici, entrambe con dei cantieri navali dismessi, ed entrambe aree chiuse alla città: c'è stata una politica che ha mirato lontano. Prima si è posta degli obiettivi, pensando dove voleva andare, poi ha fatto dei concorsi internazionali per il masterplan generale delle due aree. Fatto questo, sono intervenuti per ambiti con altri concorsi e sono arrivati poi ai progetti. Ad HafenCity, tutte le opere pubbliche sono state realizzate dall'amministrazione pubblica, mentre i privati hanno operato sui singoli lotti, con l'obbligo di fare un concorso con almeno cinque partecipanti, per garantire la qualità del costruito e la coerenza con il disegno complessivo».

Da ricordare che a Nantes il progetto è stato finanziato con fondi europei, ma anche con una apposita tassa sull'acqua potabile e che il progetto ha puntato anche sulla cultura. L'Ile de Nantes, il centro urbano, i nuovi ecoquartieri, ospitano luoghi per attività culturali aperte alla cittadinanza. Il riuso degli edifici industriali ha consentito a piccole imprese artigiane creative e a start-up innovative di insediarsi a costi limitatissimi, usufruendo di spazi attrezzati e organizzati creando un volano economico importante.

Ma cosa si fa in Italia? «Ho potuto parlare recentemente con il ministro Graziano Delrio - racconta il presidente Cappochin - e lo ho trovato molto attento a queste tematiche e aperto alla collaborazione. Il 23 giugno abbiamo costituito un gruppo di lavoro specialistico a livello nazionale, che sta definendo adesso, anche sulla scorta di queste esperienze internazionali, quelle che potranno essere le azioni legislative da fare. Ma siamo davvero appena partiti. Noi vorremmo portare questo documento in approvazione alla conferenza nazionale degli Ordini a metà ottobre e fare un grosso evento divulgativo entro il mese di novembre. Vogliamo fare una proposta che parte da principi ben definiti e suggerisce soluzioni concrete, mutuando le esperienze che abbiamo già viste applicate con successo all'estero, fatti i dovuti aggiustamenti per adattarle alla nostra situazione: ad esempio, in Italia la proprietà privata, a differenza di quanto accade all'estero, è molto frammentata e questo non aiuta. Analizzando il tutto, si può fare comunque molto meglio di adesso ma soprattuto avere una visione di città futura. Conto di poter esporre i nostri studi e i nostri suggerimenti a breve anche al ministro».

C'è da fare naturalmente anche molto lavoro di sensibilizzazione anche nei confronti degli stessi architetti: «La categoria è enorme con 154mila iscritti e certamente c'è la necessità di coinvolgere i nostri colleghi. Ma soprattutto vogliamo puntare sulla qualità. Questo negli altri paesi si fa attraverso i concorsi di progettazione, seri, quelli nei quali chi vince il concorso poi progetta, mentre da noi di concorsi così se ne fanno pochi, e quei pochi vanno a finire sempre con un ricorso degli esclusi. Anche su questo vogliamo fare delle azioni concrete per dimostrare la validità dei concorsi, partendo con dei concorsi privati, per far vedere che anche il privato ha interesse oggi ad operare attraverso concorso per raggiungere la qualità, perché se non c'è la qualità non si vende».


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