Progettazione e Architettura

Design in alta quota: vento, materiali, extra-costi, ecco i limiti che condizionano la progettazione

Mariagrazia Barletta

Gli architetti Corrado Binel, Lukas Tammerle e Paul Senoner raccontano le sfide del progettare nelle aree di montagna

La creatività ama vincoli e ostacoli. E, muovendosi tra più costrizioni, dà il meglio di sé. È ciò che accade quando la progettazione si confronta con le sfide estreme degli ambienti alpini. Trasformare i vincoli in opportunità è l'esercizio a cui è chiamata l'architettura in alta quota e, quanto più le condizioni sono impervie, tanto più le fasi dalla progettazione alla cantierizzazione vanno studiate nel minimo dettaglio. È questo che ci racconta il museo realizzato nella miniera d'oro Chamousira, nei pressi di Brusson, in Valle d'Aosta, progettato dall'architetto Corrado Binel e dallo studio EM2 Architekten.

Ad una quota di circa 1.600 metri, all'imbocco di una delle gallerie della miniera di inizio Novecento, un volume a sbalzo sul paesaggio della Valle d'Ayas prende il posto della vecchia teleferica usata per il trasporto del minerale a valle. Il volume dà accesso al percorso silenzioso che si svolge nelle gallerie sotterranee dove, in alcuni punti, si rivive la vita di miniera attraverso immagini e suoni. Massimo è il rigore formale della terrazza aerea, che sfrutta l'antico terrazzamento su cui poggiava la teleferica. In un primo progetto - ci racconta Corrado Binel - l'architettura era posizionata parallelamente al terrazzamento, ma, l'esigenza di contenere - per questioni economiche - i lavori di consolidamento del versante, ha portato a ruotare il volume, reso, così, a sbalzo nel vuoto.

Serviva poi una struttura poco costosa, robusta, durevole, di facile manutenzione, e che potesse essere facilmente montata in un luogo accessibile solo a piedi, per mezzo di un piccolo sentiero. «Tutto è realizzato in acciaio zincato, montato in opera in officina e poi fatto a pezzi e trasportato in elicottero e rimontato sul posto», spiega Corrado Binel. Il tutto facendo in modo che ogni pezzo non pesasse più di 600 chili: questo il limite tollerato dall'elicottero. Dunque, un progetto che non nasce dalla volontà di rendere l'architettura spettacolare, ma che semplicemente «cerca di interpretare tutti i vincoli nel modo migliore e di trasformarli in un'opportunità», conclude Binel.

In alta quota, poi, tutto deve compiersi in tempi brevi, perché a dettare legge sono le condizioni climatiche e di accessibilità. Bisogna risparmiare materia, tempo ed energia; essenziale è non lasciarsi sorprendere da imprevisti di cantiere. In alcuni casi, poi, la sperimentazione consiste nell'attualizzare tecniche e forme tradizionali e nel rispolverare un sapere antico. È il caso del progetto realizzato per ampliare gli spazi del rifugio Alpe di Tires, a quota 2.440 metri sull'altipiano dell'Alpe di Siusi, in Alto Adige, firmato dallo studio Senoner & Tammerle Architekten, fondato da Lukas Tammerle e Paul Senoner.

Con un unico gesto: la costruzione di un grande tetto rosso, ottenuto rialzando di poco il colmo e allungando la falda in modo asimmetrico, i progettisti ampliano gli spazi e riconducono un edificio frammentato ad un moderno volume unitario. Unire le esigenze dei gestori, rispondere alle condizioni al contorno, nel rispetto del paesaggio e delle costruzioni di alta montagna, è l'impegno preso dagli architetti. «Un rifugio deve essere progettato per risolvere le esigenze, sia di chi lo vive come un luogo di passaggio, ma soprattutto di chi lo gestisce nella quotidianità. Uno dei temi principali che va considerato in rapporto al paesaggio è il risparmio delle risorse, in termini di materia, ma anche dal punto di vista energetico. Costruire un rifugio come questo significa affrontare il processo costruttivo in modo avanzato, sfruttando le possibilità offerte dal sapere contemporaneo» afferma Lukas Tammerle. E, la sperimentazione è attuata anche guardando al passato.

«Sono state sviluppate due idee principali nel progetto e nell'esecuzione. La prima riguarda la costruzione della parte interrata, la quale è stata eseguita reinterpretando una soluzione antica e tradizionale, oggi poco praticata; consiste nell'impiego del cemento battuto, che viene realizzato direttamente in loco usando la ghiaia presente sul sito del progetto. Questo comporta anche dei vantaggi organizzativi, tra cui la semplificazione delle operazioni di trasporto. La seconda idea si applica invece alla costruzione fuori terra riprendendo le tipiche costruzioni dei fienili tradizionali, in particolare riferendosi alle loro leggere strutture reticolari in legno che animano il paesaggio naturale. Talvolta l'innovazione consiste nel fare qualche passo indietro», conclude Lukas Tammerle.

Ci sono, poi, aspetti peculiari da considerare in alta quota, come la «necessità di non spostare e muovere grandi quantità di terreno. In secondo luogo bisogna considerare il vento e rispettare le sue forze; queste si traducono in forma architettonica e anche in alcuni dettagli costruttivi. Infine non ci si deve dimenticare della forza della pioggia, che in alta quota si presenta anche in modalità del tutto particolari: è possibile trovarsi a confronto con dei rovesci dal basso verso l'alto» continua Paul Senoner.

L'architettura alpina ha, negli ultimi cento e più anni, solleticato la creatività degli architetti, stimolati dal concetto di sfida. Se ne occuparono con passione, ad esempio, Franco Albini (celebre l'albergo per ragazzi a Cervinia che rivisitava in modo inedito il tradizionale "rascard") e Carlo Mollino che ha portato le tecniche costruttive al limite delle loro possibilità, innovandole; ne è un esempio il rifugio Casa Capriata realizzato di recente su un suo progetto.

Tante, poi, le architetture d'alta quota recentissime che fondono qualità e innovazione. Da poco lo studio altoatesino MoDus Architects ha concluso nel mezzo delle Alpi Aurine, nella provincia di Bolzano, il rifugio Ponte di Ghiaccio, innovativo per tipologia. Si avvia verso il cantiere il rifugio Vittorio Veneto al Sasso Nero, nel territorio di San Giovanni in Valle Aurina, firmato dallo studio Stifter+Bachmann. Il concorso per la ricostruzione del rifugio Petrarca a Moso in Passiria (Bolzano) è stato vinto dallo studio Area Architetti Associati in team con GAP Progetti - ingegnere Alessandro Gasparini e Brescia 2 Progetti. Insieme hanno ideato un edificio landmark capace di resistere alla pressione delle valanghe. Inoltre, sarà realizzato con materiali ecosostenibili il rifugio Obereggen tra le vette delle Dolomiti, progettato da Peter Pichler (allievo di Zaha Hadid) con l'architetto Pavol Mikolajcak, vincitori di un altro concorso da poco conclusosi.

Inoltre, l'alta quota non è disdegnata dalle archistar. L'architetto Kengo Kuma ha appena consegnato a Les Houches, villaggio francese tra le vette del Monte Bianco, la nuova sede dell'azienda produttrice di attrezzature per lo sport di montagna, Blue Ice. Un piccolo edificio che rivisita, innovandola, la tipologia dello chalet. E, se si parla di alta quota, è inevitabile ricordare il sesto museo della montagna voluto da Reinhold Messner e progettato da Zaha Hadid. Il museo, che ha preso forma a 2.275 metri sulle cime del Plan de Corones, in Alto Adige, è uno degli ultimi esempi in cui le condizioni estreme si traducono in forme avveniristiche, diventate realtà grazie all'uso di cemento e fibra di vetro.

A Bolzano il cinema firmato Tscholl nel Castello di Firmiano
Un cubo di ventitré tonnellate che sembra fluttuare tra le mura di Castel Firmiano, cuore del circuito museale del Messner Mountain Museum. Condizioni estreme per la nuova struttura progettata dall'architetto Werner Tscholl: un piccolo cinema che con le sue forme ricorda una camera oscura. Un'architettura integrata perfettamente tra le storiche mura e le pareti di porfido dell'antico castello altoatesino, trasformato dieci anni fa proprio su progetto dello stesso Tscholl in una delle strutture della rete di musei voluta da Reinhold Messner. Acquistato dalla Provincia nel 1996, il castello entrò nell'ambizioso programma dell'alpinista italiano, che decise di dedicarlo alle grandi ascensioni e ai processi di formazione e di erosione delle montagne.
La piccola sala cinematografica, da poco inaugurata, è impiegata a scopi museali, ma anche didattici e potrà accogliere diverse manifestazioni. L'architettura, completamente reversibile, il cui costo complessivo a carico della Provincia è di circa 272mila euro, è stata realizzata con elementi prefabbricati in legno e acciaio, rivestiti di lamiera stirata. L'accesso avviene mediante una passerella anch'essa sospesa.

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