Progettazione e Architettura

Rinasce il rifugio Ponte di Ghiaccio (Alto Adige), con il design di Modus Architects

Mariagrazia Barletta

L'edificio-landmark è il frutto di un concorso su un immobile che lo Stato ha trasferito alla Provincia autonoma

Avveniristici oppure legati alla tradizione. È da un secolo, circa, che rifugi e bivacchi sollecitano l'ingegno e la creatività dei progettisti, attratti dalle condizioni impervie dell'alta quota. Celebre il «Refuge Tonneau»: una sorta di navicella metallica progettata, ma mai realizzata, da Charlotte Perriand e Pierre Jeanneret nel 1938 ed ispirata ad una giostra. In alcuni casi l'architettura celebra la conquista delle vette più alte con esiti estremi che puntano sul contrasto tra artificio e natura. In altri si percorre un tragitto più complesso, tentando di conciliare elementi opposti. Si tratta di trovare un compromesso tra tradizione costruttiva e tecniche più avanzate, tra passato ed estetica contemporanea, tra rispetto del contesto paesaggistico e creazione di un'architettura che sia un riferimento visivo per chi è in cerca di riparo. Infine sfruttare le condizioni climatiche, seppure ostili, per generare un'architettura che punti all'autosufficienza. È su questa più complessa strada che si è spinto il progetto per il rifugio Ponte di Ghiaccio progettato dallo studio MoDus Architects di Sandy Attia e Matteo Scagnol, e da poco terminato.

L'edificio sorge a quota 2.545 metri tra Fundres e Lappago nel mezzo delle Alpi Aurine, nella provincia di Bolzano. Nasce da un concorso di progettazione a inviti, lanciato alla fine del 2011 dalla Provincia autonoma e di cui lo studio, con base a Bressanone, risultò vincitore. Contemporaneamente furono bandite altre due competizioni per ricostruire i rifugi Vittorio Veneto al Sasso Nero, nel territorio del Comune di San Giovanni in Valle Aurina, e il Pio XI sulla Palla Bianca, in Vallelunga, poco lontano dal confine con l'Austria, affidati, al termine di un confronto ad otto, rispettivamente allo studio di Helmut Stifter e Angelika Bachmann di Falzes e agli architetti meranesi Thomas Höller e Georg Klotzner. Si trattava di tre dei ventiquattro rifugi passati dallo Stato alla Provincia e che necessitavano di essere completamente ricostruiti. Il progetto per il rifugio Pio XI è rimasto sulla carta, mentre ora, a giugno, aprirà il cantiere del Vittorio Veneto.

Il vecchio rifugio Ponte di Ghiaccio, ormai demolito, era il risultato della ricostruzione, nel 1950, di una più antica costruzione risalente al 1906 ma distrutta durante la Seconda guerra mondiale. Per la nuova baita lo studio MoDus ha scelto una pianta ad "L", che, "abbracciando" il vecchio rifugio, ha permesso di mantenerlo in vita durante il cantiere. Si tratta di un volume semplice e compatto, le cui due ali vanno a definire a sud uno spazio protetto dai venti, dove poter sostare nelle giornate meno fredde. Una sorta di spazio di relazione, una terrazza all'aperto nel mezzo del paesaggio alpino. Il tetto con la sua forte inclinazione, il ritmo delle bucature e la pelle in legno dell'edificio, che in alcune parti ripropone un rivestimento a scandole, sono gli elementi ripresi dalla tradizione e fusi in un'architettura tipologicamente nuova e contemporanea.

A dettare legge sono le stesse condizioni climatiche e la necessità, condivisa da ogni progetto d'alta quota, di puntare verso l'autosufficienza energetica. A nord si fa economia di bucature, mentre si opta per una maggiore apertura verso sud, dove si concentrano gli ambienti di soggiorno. In tutto tre piani, con l'atrio che mette in collegamento gli spazi principali della struttura, quali la stube, la cucina e i servizi. Ai piani superiori i dormitori con le cuccette.
Il tetto ad un'unica falda continua orientato verso sud prepara le condizioni ideali per l'installazione di pannelli fotovoltaici e solari. Inoltre la copertura permette di raccogliere l'acqua piovana convogliandola in un unico punto, fino a farla confluire in una cisterna sistemata nel piano interrato. L'edificio rinuncia a diventare un landmark, ma deve comunque essere facilmente visibile per chi cerca un riparo. La funzione di riferimento visivo viene assolta dall'altezza della costruzione, che raggiunge i tre piani.


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