Progettazione e Architettura

Street Art, il caso di Blu a Bologna: un errore pensare di poter «musealizzare» anche i murales

Francesco Napolitano (*)

Con un gesto polemico l'artista ha affermato la proprietà intellettuale sulla sua opera, cancellandola e impedendone il trasferimento ( e l'esposizione) in un galleria

C'è un'idea di fondo che accomuna tutte le opinioni di coloro che hanno criticato Blu per aver cancellato la propria opera a Bologna: l'artista esercita sull'opera una proprietà intellettuale, ma la proprietà dell'oggetto-opera, nel caso della street art, è del pubblico; quel murales insomma apparteneva alla gente, al "popolo", come ha scritto Michele Serra, che alla fine di questa storia si è visto derubato di un "bel dipinto" ed è l'unico ad aver subito un danno.

L'anello che non tiene consiste proprio nel considerare l'opera d'arte un oggetto. Ciclicamente dimentichiamo la lezione che ci hanno dato Duchamp e Manzoni: ciò che davvero ha importanza nell'arte non è l'oggetto, è il concetto. Sembra di assistere all'improvviso alla tabula rasa dell'eredità delle neo avanguardie, di tutti i tentativi che i grandi artisti hanno fatto per sottrarre l'opera al suo corpo, per emanciparla e svincolarla dalla logica del mercato.

Ci ostiniamo a conservare, restaurare, mettere in vitro le opere, convinti che possano essere consegnate alla Storia e salvate dalla legge dell'entropia; tutto questo diventa particolarmente ipocrita nel caso della street art.

Forse l'opera d'arte più bella di Blu è proprio il gesto di questa cancellazione, un gesto non indolore, che consegna l'opera alla Storia proprio perché la priva del suo corpo.
Se quel murales fosse stato fatto da un artista meno intransigente di Blu (o forse semplicemente meno famoso), sarebbe probabilmente stato un'opera mediocre, e magari qualcuno lo avrebbe considerato semplice vandalismo. Ricordo di aver sentito Sten raccontare una storia sugli inizi della propria carriera di street-artista: una notte fu colto in flagrante dai carabinieri mentre spruzzava uno stencil sul muro di un condominio alto borghese a Roma, in zona Parioli. Oltre al processo, fu umiliato e obbligato a cancellare di proprio pugno l'opera -come Blu- e a ripulire il muro imbrattato (per la cronaca, oggi quella cancellatura di Sten è stata a sua volta coperta dalle scritte degli ultras, come per un contrappasso).

Tecnicamente lo street-artista non ha il diritto di fare l'opera e non ha il diritto di rimuoverla, perché non è proprietario del supporto. La street art è così, ed è bella per questo: l'opera nasce inevitabilmente illegale o abusiva e diventa opera d'arte solo se si dimostra davvero valida, ergendosi al di sopra ti tutte le altre che restano anonimo vandalismo. Chi tenta di sottrarla al proprio contesto per portarla in un museo, la snatura, non ne comprende il portato polemico ed artistico, proprio come chi ne impone la cancellazione ritenendola un gesto vandalico o chi lamenta un danno quando lo stesso artista decide di distruggerla.

Mi piace pensare ad un futuro in cui il gesto di Blu sarà accettato da tutti come un'opera d'arte più bella del precedente murales; allora torneranno questi "museificatori", questi "conservatori" e vorranno staccare il muro cancellato da Blu per esporlo in una mostra.

(*) Architetto, LAD, Laboratorio di Architettura e Design


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