Progettazione e Architettura

Pica Ciamarra: «Il mio museo che si vuole integrare nel paesaggio»

Mariagrazia Barletta

L'autore racconta il suo progetto del museo Corporea nell'area della città della Scienza a Napoli

Corporea è il terzo intervento che l'architetto Massimo Pica Ciamarra ed il suo studio hanno progettato per il polo della conoscenza di Città della Scienza a Napoli, la cittadella costruita di fronte al mare a partire dall'acquisizione, nel 1993, dei capannoni dell'industria di concimi Federconsorzi.

Il primo fu lo Science centre, inaugurato nel 2001, e dolosamente incendiato nel 2013, nato dal restauro di padiglioni industriali di metà Ottocento; il secondo, in funzione dal 2003 - che comprende l'incubatore per nuove imprese, il centro congressi e uffici - è invece realizzato nel rispetto della sagoma preesistente. Progetti, che hanno ottenuto più riconoscimenti, tra i quali il premio internazionale Dedalo Minosse per la committenza di architettura, che nel 2004 ne ha marcato «l'enorme interesse nel panorama architettonico internazionale, sia per l'originale soluzione dell'impianto urbano che per la diversificata qualità degli spazi».

Corporea, al contrario, è un intervento di nuova costruzione e sorge in sostituzione di un edificio alto 25 metri. Un volume che il piano particolareggiato vincolava. «Facemmo una battaglia significativa per ottenere che ci togliessero il vincolo», ci racconta l'architetto Pica Ciamarra. Una duello a colpi di disegni, per dimostrare che «la configurazione plastica, proposta in sostituzione dell'edificio preesistente, presentava sensibili vantaggi paesaggistici e una forte riduzione volumetrica». E di fronte all'abbattimento della cubatura i vincoli caddero, ci racconta l'architetto. Inizia così la storia di Corporea.
Il museo si lascia modellare dal paesaggio.

«L'edificio - ci spiega l'architetto - è un frammento di sistemi più ampi: entra a fra parte del paesaggio naturale inquadrando Monte Coroglio grazie al suo grande piano inclinato, si plasma verso est per legarsi all'ampia cavea per spettacoli all'aperto realizzata nel 2003». Con il suo andamento sinuoso, l'edificio definisce il fronte su via Coroglio, ossia la strada che taglia in due Città della Scienza, destinata, in futuro e in corrispondenza della cittadella, a diventare un cortile chiuso a sud da giardini verticali e a nord da una passerella.

Per le terrazze dei piani più alti lo studio propone un tema già sperimentato nel 1994 nella sede Teuco-Guzzini a Recanati, quello dei «giardini verticali», realizzati con piante spolianti che proteggono dal sole in estate e lo lasciano passare in inverno. Un espediente introdotto nei progetti dello studio a partire dalla collaborazione con il paesaggista Ippolito Pizzetti e poi con il francese Pierre Lefèvre, diventato in seguito consulente di Jean Nouvel, spiega il professore in un racconto di vita e generoso di particolari. L'idea dei «giardini verticali» prende spunto dalle «viti maritate» dell'agro aversano, dove la vite viene fatta arrampicare su alberi ad alto fusto per lasciare il terreno libero per altre coltivazioni. E a proposito dei collaboratori, che l'architetto Pica Ciamarra ama definire «complici», è nel rapporto con questi che il progetto si concretizza in un'azione collettiva. «Il progettista reale – ci dice - è un essere diffuso: non solo c'è la sostanziale interazione con il committente (nel caso specifico la straordinaria personalità di Vittorio Silvestrini, creatore e presidente di Città della Scienza), ma poi - per quanto riguarda l'aspetto progettuale tecnico vero e proprio - oltre agli architetti vi sono i "complici", i tanti esperti di settore che, se coinvolti sin dall'inizio, condividono i principi del progetto».

«Coinvolti sin dall'inizio – continua - partecipano alla concezione, capiscono i problemi di paesaggio, capiscono i problemi principali che tengono in piedi una costruzione, e quindi sono molto più duttili nel collaborare e nel saper sbagliare, dico io, rispetto, alle loro ottiche. In questo modo la struttura risponde non solo all'obiettivo di tenere in piedi l'edificio ma di disegnare lo spazio». «Io dico che progettare significa saper commettere errori sapienti», ci dice l'architetto, che spiega: «Significa sbagliare nelle ottiche di settore, avendo capito i principi più importanti, che sono, a mio avviso, di ordine ambientale, paesaggistico, legati alla presenza di stratificazioni, che nei nostri territori sono ricchissime di memoria».
Oltrepassando ogni giudizio sulla mancata bonifica che ha paralizzato l'area di Bagnoli, una riflessione l'architetto la riserva alla condizione di isolamento in cui si trova Città della Scienza, «un'enclave» - la definisce così - nell'immensa area industriale dismessa. Una condizione che Massimo Pica Ciamarra mette in relazione con i vigenti piani urbanistici di «paralisi e di conservazione dentro ad una visione municipalistica», dice. Strumenti che prevedono una condizione di isolamento della cittadella, pur cercando di migliorare i collegamenti infrastrutturali con il resto della città. «Napoli, che è una città metropolitana, ha uno strumento urbanistico anacronistico - afferma il professore - perché è disegnato come se ci fosse acqua anche intorno al suo confine nord». «Non c'è un piano metropolitano. Il nodo sta nel piano, in mano ad una visione talebana del costruire. Purtroppo questa è la cultura dominante nel nostro contesto», aggiunge.

«Napoli – continua - quando aveva fiducia di futuro, verso la fine dell'Ottocento e fino al 1930-40 ha conquistato terra al mare». Adesso, invece, «tutto torna indietro, tutto tende a non avere speranza di futuro, ma tende ad una visione del passato. E questo è segno di un sistema che si ripiega su se stesso e che poi è motivo di fallimento economico». «Questa città non ha un ruolo nazionale», ragiona l'architetto. Mancano le grandi realtà del passato. L'architetto cita l'Isveimer, l'Aeritalia. «Oggi è rimasta, come unica realtà nazionale o internazionale, la Cira, il centro aerospaziale. E allora Città della Scienza è una di queste rare cose che invece hanno significato, valore, e danno alla città una dimensione che va al di fuori dei suoi perimetri comunali».


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