Progettazione e Architettura

Design for all, la progettazione che «ascolta» la diversità

Mariagrazia Barletta

Sono nove gli architetti Archidiversity: che
credono nei principi del design for all, in una progettazione diversa, accogliente, inclusiva. E lo dimostrano con i loro progetti

Diversità umana, inclusione sociale e uguaglianza: sono tre i fattori che ogni progetto - dal singolo prodotto di design, all'architettura, fino alla pianificazione di brani di città - deve considerare per rientrare nei canoni del design for all. Spesso si progetta considerando l'uomo standard, ossia un individuo giovane e in ottima salute: un'astrazione da manuale, che rappresenta solo una piccola parte della complessa comunità degli esseri umani. Esistono, invece, bambini, anziani, donne incinte, individui con culture diverse, con disabilità motorie, cognitive e sensoriali, persone istruite ed analfabeti. Coinvolgere la diversità umana nel progetto è l'assioma su cui si basa il design for all.

Le sole persone con disabilità in Italia sono 4,1 milioni e secondo una stima del Censis arriveranno a quota 6,7 milioni nel 2040. Siamo sempre più una società multietnica (gli stranieri residenti in Italia superano i 5 milioni) e il numero di anziani è in costante crescita (gli over 65 rappresentano il 21,7 per cento degli italiani). Solo pochi numeri, ma sufficienti a dare un'idea del numero di persone discriminate da progetti ideati in riferimento ad un astratto utente standard. Tutti hanno diritto all'inclusione e di fruire di ambienti e prodotti in maniera autonoma, confortevole, godendo della gradevolezza degli spazi. Per diffondere tali principi nasce Archidiversity, un'iniziativa che mette insieme nove note firme milanesi dell'architettura. A promuoverla sono l'imprenditore, legato a noti brand del design, Rodrigo Rodriquez e l'architetto Luigi Bandini Buti, esperto di ergonomia, entrambi membri della commissione del marchio italiano di qualità Design for all.

A loro si unisce l'architetto Giulio Ceppi, progettista dell'Autogrill Villoresi Est a Lainate (Milano), primo intervento italiano a ricevere il marchio di qualità Dfa. L'idea: estendere ad altre esperienze il virtuoso dialogo tra progettista ed esperti del design for all sperimentato con il progetto dell'Autogrill. Per divulgare i principi etici della progettazione inclusiva, oltre a Giulio Ceppi, i promotori hanno coinvolto altri otto studi, che condividono un percorso comune con il fine ultimo di diffondere una progettazione universale che metta in primo piano la dignità umana in ogni sua forma. Partecipano: Stefano Boeri Architetti, Antonio Citterio Patricia Viel Interiors, Giulio Ceppi (Total Tool), Michele De Lucchi - aMdl, Obr - Paolo Brescia e Tommaso Principi, Park Associati, Progetto Cmr - Massimo Roj Architects, Luca Scacchetti e lo studio Mtlc - Matteo Thun e Luca Colombo.

«Ove autorevoli esponenti della professione di architetto condividano l'idea di applicare alla progettazione di edifici destinati ad uso collettivo i criteri del Dfa, questa disciplina giovane, ed in evoluzione, rafforzerà il vigore del proprio messaggio: costruire ambienti che migliorino la qualità della vita degli individui, assecondando e valorizzando le loro diversità», spiega Rodrigo Rodriquez. Tutti i professionisti partecipano con un intervento orientato ai principi del design for all e per ampliare le occasioni di confronto sono stati scelti progetti di tipologie diverse. I progetti selezionati - afferma Luigi Bandini Buti - «possono e devono confermare l'idea che progettare per tutti non rappresenta una limitazione alla creatività, ma anzi la stimola attraverso nuove sfide. Bisogna anche tener presente che come oggi non è più possibile pensare ad architetture che non tengano conto dei risvolti energetici ed ecologici, altrettanto non sarà più possibile rinunciare all'opzione forte dell'accessibilità fisica, percettiva e culturale per tutti, che diverrà un must».

Il design for all è una disciplina giovane (ha circa 20 anni) ma inizia ad avere risvolti concreti. Riscuote successo nel campo del design di prodotto, dove i vantaggi della sua applicazione sono subito tangibili: si fidelizza il cliente e si amplia il mercato, con un ritorno positivo anche sull'immagine aziendale. Diverso è il caso dell'architettura: un campo in cui la soddisfazione dell'utente non viene misurata e la diffusione dei principi del Dfa è legata più ad una questione etica che ad un concreto vantaggio economico. Tuttavia qualcosa inizia a muoversi a diverse scale. Corsi sul design for all sono entrati in alcune università italiane. E se un colosso come Samsung lo scorso agosto ha lanciato un festival di idee sul design for all – ci ricorda Giulio Ceppi - allora significa che i tempi sono ormai maturi. Quanto alle nostre città, non mancano esempi virtuosi.

Lo scorso dicembre Milano è stata insignita dalla Commissione europea del titolo di città più accessibile d'Europa per i portatori di handicap. E, in fondo, anche la volontà di rendere le periferie luoghi migliori nasce dall'esigenza di dover rispondere ai bisogni e alle aspirazioni di tutti. «Oggi è impensabile vivere tutti nel centro delle città, è quindi necessario pianificare per rendere accessibile e fruibile la città tutta e per tutti», ha detto Daniel Libeskind qualche giorno fa, in visita a Firenze.
Tornando al progetto Archidiversity, questo ha ottenuto il sostegno della fondazione Riccardo Catella, il patrocinio del Comune di Milano, ed è confluito in una piattaforma on line, Infine, ad aprile, in occasione della Milano Design week e della XXI Triennale, ci saranno mostre e convegni dedicati al design for all.


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