Progettazione e Architettura

Eur/2. Dalla «casa di vetro» di Renzo Piano al travertino, Roma si riscopre razionalista

Massimo Frontera

Il colosso della telefonia realizzerà un complesso edilizio più aderente al contesto architettonica del quartiere

Tra il vetro dell'architettura contemporanea di Renzo Piano e il travertino razionalista che domina il progetto dello studio Uno-A, alla fine ha vinto quest'ultimo.
Stiamo parlando delle ex torri delle Finanze, disegnate dall'architetto Cesare Ligini, che oltre cinque anni fa erano state condannate alla demolizione, per lasciare il posto a un condominio di appartamenti di lusso; mentre oggi saranno "semplicemente" rivestite per ospitare la sede unica di Tim, già Telecom.

Il confronto tra una demolizione e ricostruzione (con cambio di destinazione d'uso) mai realizzata e una ristrutturazione di un complesso esistente (mantenendo la destinazione terziaria) l'aspetto che più si nota nel progetto che ieri è stato svelato da Tim è la scelta di fare largo uso del marmo travertino che caratterizza molti dei più "antichi" palazzi di architettura razionalista dell'Eur. Si tratta di un passo indietro rispetto allo stesso Ligini che, negli anni '50, aveva invece ideato un complesso contemporaneo, per l'epoca.

Era stato l'assessore alla Trasformazione urbana della giunta Marino, Giovanni Caudo ad rendere nota, nel maggio scorso, la svolta su un "relitto immobiliare" che languiva da anni, grazie a un accordo raggiunto con i vertici di Telecom e i proprietari immobiliari della struttura, Cdp Immobiliare guidata dal neo amministratore delegato, Giovanni Paviera.

L'annuncio di Caudo arrivò esattamente cinque anni dopo la storica decisione - approvata dal consiglio del Comune di Roma il 13 maggio 2010 - di demolire i palazzi di viale Europa 242 per realizzare al loro posto il maxi-condominio di lusso progettato dall'architetto Renzo Piano. Il progetto di Piano, come è noto, rimase sulla carta.

Le torri vennero preparate per la demolizione ma non furono mai abbattute. Il progetto di sostituzione urbana, in uno dei punti più noti e visibili del quartiere - proprio accanto al nuovo centro congressi progettato da Massimiliano Fuksas - finì impantanato, sia per questioni legate all'equilibrio economico del progetto, sia per una strenua opposizione di conservatori che hanno difeso gli edifici e il contesto urbanistico originale.

Il progetto, però, comincia molti anni prima. La tappa iniziale si può far risalire al gennaio 2003, quando il complesso delle torri dismesse viene trasferito a Fintecna per un valore fissato a 123 milioni di euro. L'obiettivo è ovviamente la valorizzazione. Fintecna applica uno schema di promozione immobiliare che prevede il coinvolgimento di privati e - nel settembre del 2005 - seleziona una cordata di privati che associa al 50% per sviluppare il progetto nel frattempo individuato: un complesso di residenze di lusso con uffici e negozi.

Con Fintecna si associano nomi noti del real estate italiano e delle costruzioni: Immobiliare Lombarda (Salvatore Ligresti), Astrim (Alfio Marchini), Maire Engineering, Fimit e Armellini. Il progetto viene affidato a Renzo Piano e, nel gennaio 2008, viene ufficialmente svelato. Questa prima stagione scorre con la benedizione del sindaco Walter Veltroni, che a febbraio lascia il Campidoglio, dopo aver ottenuto la storica approvazione del nuovo Prg della Capitale.

L'"iniezione" di travertino sul progetto di Piano
Il nuovo sindaco di Roma, Gianni Alemanno, prende il testimone, e appena insediato, cedendo alle pressioni di un partito di conservatori, impone a Renzo Piano di accettare correzioni al progetto che vanno nel senso di assimilare maggiormente il complesso al contesto razionalista. In sintesi: meno vetro e più travertino (con 34mila mq di rivestimento).

La "casa di vetro di Renzo Piano" diventa una casa di pietra. Si arriva al 13 maggio 2010, con l'approvazione definitiva, da parte del Consiglio del Comune di Roma, del progetto di demolizione e trasformazione immobiliare. Ma gli oppositori al progetto non stanno con le mani in mano. L'11 novembre del 2010 il comitato tecnico del Mibac, guidato da Paolo Portoghesi, chiede alla Soprintendenza di vincolare le torri di Ligini che chiede una nuova revisione del progetto, questa volta per renderlo più slanciato.

Il progetto però nel frattempo langue. La crisi economica comincia a dispiegare i suoi effetti, il mercato immobiliare accelera la caduta e i soci privati vedono assottigliarsi i margini, già notevolmente assorbiti dagli oneri ordinari e straordinari legati all'intervento. Nel febbraio del 2011 l'alleanza scricchiola: i soci privati vogliono andarsene dalla società veicolo "Alfiere". Si cerca un compratore che possa accollarsi il 50% della società paritetica. Dopo una infruttuosa ricerca (e aver tentato inutilmente di far acquistare le quote a Eur Spa) nel novembre del 2011 viene dato il mandato a banca Finnat di cercare un compratore. Spariti i soci privati, accantonato il progetto, l'unica cosa che resiste sono le torri, nel frattempo scarnificate e pronte per esplodere, ma la miccia non sarà mai accesa.

Tra un anno il cantiere chiuderà, ha assicurato l'amministratore delegato di Tim, Marco Patuano. E le torri, rivestite di travertino, torneranno far parte dello skyline romano visibile da chi fa ingresso nella città dalla porta dell'Eur.


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