Progettazione e Architettura

Ingegneria 2025: ecco i professionisti del futuro. Se ne parla a Roma Tre

Mila Fiordalisi

Internet e big data, aerospazio e fotonica, elettrosmog e informatica: sono queste le aree d'azione dell'ingegnere 2.0.

Internet e big data, aerospazio e fotonica, elettrosmog e informatica: sono queste le aree d'azione dell'ingegnere 2.0. Degli sviluppi della professione si discuterà oggi (13 novembre) all'incontro-dibattito «Ingegneria 2025. Quale formazione per gli ingegneri del futuro?», organizzato dal Dipartimento di Ingegneria dell'Università Roma Tre in occasione del taglio del nastro del nuovo anno accademico.

«La professione è ormai molto articolata, pur nell'unitarietà del metodo, e ogni settore ha tecnologie specifiche che si evolvono continuamente, da quelle relative ai materiali a quelle informatiche relative a internet e ai big data, da quelle aerospaziali a quelle dell'elettromagnetismo o della fotonica», sottolinea il direttore del Dipartimento di Ingegneria di Roma Tre, il professor Paolo Atzeni.

Professor Atzeni, come sta cambiando la figura dell'ingegnere a seguito dell'avvento del digitale e delle nuove tecnologie?
L'ingegnere ha l'ambizione di risolvere problemi, attraverso attività di ideazione, analisi, progettazione e realizzazione, fondate su basi scientifiche. I problemi sono sempre nuovi, così come lo sono le relative soluzioni e quindi l'ingegnere è sempre pronto al cambiamento e deve sapere recepire le novità, di qualunque tipo esse siano e deve promuoverle. Ci sono continuamente nuove tecnologie che si aggiungono e integrano quelle preesistenti, ampliando lo spettro di interesse per l'ingegneria e fornendo nuovi strumenti per le aree preesistenti. Da questo punto di vista, la sostanza dell'ingegnere non cambia, ma si ampliano continuamente i problemi che possono essere affrontati e aumentano gli strumenti a disposizione. Il digitale ha certamente contribuito a ridurre i tempi e gli spazi di molte attività.

Quali sono le competenze più richieste?
La nostra esperienza è che l'ingegnere è apprezzato comunque, al di là delle specifiche competenze. Uno degli obiettivi della formazione dell'ingegnere è quello di renderlo pronto a continuare a imparare, proprio perché le tecnologie si evolvono. L'ingegnere migliore è poi quello che è anche in grado di contribuire in prima persona all'innovazione.

In Italia esiste una formazione in grado di rispondere alle nuove istanze del mercato?
La sfida è certamente significativa. Da una parte, la formazione degli ingegneri è certamente positiva, perché i nostri laureati trovano occupazione e, quando vanno all'estero, cosa sempre più frequente, per vari motivi, sono certamente apprezzati. Dall'altra, con l'evoluzione rapida che osserviamo, non sempre si riesce a rispondere tempestivamente, pur formando all'innovazione.

Dove si concentrano le principali opportunità?
Nelle aree che richiedono alta tecnologia e investimenti relativamente bassi, in cui la creatività può trovare spazio anche con tempi di ritorno brevi. E per fortuna esistono aree di questo genere in tutti i settori produttivi. Con riferimento alle aree applicative, ci sono opportunità nei settori in cui l'Italia ha certamente risorse inestimabili, come il turismo e i beni culturali e in quelli in cui ci sono esigenze diffuse, come quelli della salute, della mobilità e dell'economia locale e sostenibile.

Quali sono secondo lei i nodi da sciogliere?
Gli investimenti in tecnologia e in formazione, a medio e lungo termine, hanno un ritorno incalcolabile, ma le discontinuità generano danno enormi. La conseguenza principale è l'impossibilità di assumere giovani e questo avrà gravi conseguenze fra qualche anno se non si pone rimedio. Tra l'altro, stiamo perdendo una generazione: abbiamo pochissimi ricercatori (e nessun professore o quasi) sotto i quarant'anni, età alla quale, nella mia generazione, molti avevano piene responsabilità e potevano lavorare serenamente.


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