Progettazione e Architettura

Un sasso tra le montagne svizzere: cantiere-sprint per la villa prefabbricata firmata da Jacopo Mascheroni

Mariagrazia Barletta

Realizzato in soli sette mesi, il progetto dello studio JM nasce da una strategia condivisa sin dall'inizio con i costruttori e i produttori di materiali

Una casa prodotta in officina e assemblata in cantiere. A mille metri di quota, nei pressi di Medeglia in Canton Ticino, in una valle tra Lugano e Bellinzona, in soli sette mesi nasce villa Montebar. Un volume semplice, compatto, concepito come un masso nel rigoglioso paesaggio elvetico dallo studio JM Architecture, fondato nel 2005 dall'architetto Jacopo Mascheroni. L'atelier milanese è specializzato nella realizzazione di ville, ma solitamente più estroverse, con tetti piani, molto lontane - per estetica e articolazione - dall'esempio svizzero da poco terminato.

Sperimentazione, cura dei dettagli e utilizzo di un sistema prefabbricato in legno fatto di moduli realizzati in officina, coibentati, e poi semplicemente montati su una platea in cemento armato, sono gli elementi che caratterizzano il progetto. Un'esperienza paradigmatica, che mostra come la prefabbricazione, se piegata alla volontà progettuale e se frutto di studi attenti al dettaglio, possa raggiungere esiti inattesi e di qualità, senza limitare la libertà espressiva dell'architetto. «Noi abbiamo già sperimentato varie volte questo tipo di costruzioni. Iniziamo con l'elaborare un progetto a prescindere dai vincoli che poi derivano dal tipo di struttura, in acciaio, in cemento o in legno», spiega l'arch. Mascheroni. Solo dopo arriva la scelta del materiale e del sistema costruttivo, in questo caso ricaduta sulla prefabbricazione e sul legno, molto efficiente dal punto di vista termico, dunque adatto al clima rigido del luogo. «Abbiamo lavorato con un'azienda che conoscevamo già e che ha realizzato tutti i moduli in base al nostro progetto, abbiamo ingegnerizzato le parti che compongono le pareti e la copertura in un modo funzionale, anche tenendo conto della logistica», racconta l'architetto. Entrano in gioco nella realizzazione, infatti, anche le difficoltà di accesso al sito, raggiungibile solo percorrendo stretti tornanti. Da qui l'esigenza di ridurre di circa la metà le dimensioni usuali dei moduli prefabbricati.

In primo piano ci sono poi i vantaggi legati non solo ai tempi ristretti di realizzazione, ma anche alla condivisione di informazioni tra aziende coinvolte e progettisti. La collaborazione stretta con le aziende durante la creazione dei moduli in officina permette, attraverso lo studio di ogni dettaglio, un montaggio veloce delle parti in cantiere, ma soprattutto riduce le possibilità di errore. «Con l'azienda del prefabbricato abbiamo sviluppato tutti i disegni in officina e i moduli sono stati tagliati avendo studiato proprio tutti i particolari del progetto, qualsiasi attacco con i serramenti, con la facciata, compreso il rivestimento finale eseguito da un'altra azienda» ci dice l'architetto.
In officina i disegni esecutivi sono stati poi condivisi anche con i serramentisti e con l'azienda che ha realizzato i rivestimenti esterni. Tutto è stato studiato e approvato dai diversi attori coinvolti, così in fase di montaggio il rischio che si verificassero imprevisti è stato ridotto al minimo. «Con questo sistema noi sappiamo che anche se andiamo in cantiere dopo il montaggio della casa, questa è stata realizzata come da progetto. Questo perché la casa può essere montata solo in quel modo, le pareti e le coperture sono ad incastro e sono studiate al millimetro», racconta Mascheroni. «L'obiettivo del prefabbricato è – continua - quello di spingerlo sempre più verso la manodopera in officina per avere precisione e qualità». Significativo l'abbattimento dei tempi, con un sistema tradizionale «una casa del genere si costruisce finita in un periodo da 10 a 12 mesi. Noi ce l'abbiamo fatta in 7 mesi», ci dice l'architetto. I 7 mesi comprendono sia la fase di officina che quella di cantiere, e le due fasi in parte coincidono, perché mentre si lavora in officina già si realizza la platea di fondazione.


La soluzione progettuale nasce anche dai vincoli derivanti dal regolamento edilizio locale. Un tetto a falda con inclinazioni prestabilite, un rivestimento in pietra di colore grigio-bruno, erano le restrizioni principali. Si trattava di condizioni che hanno poi obbligato lo studio ad allontanarsi dai canoni progettuali usualmente impiegati. «È stata un po' una sfida», dichiara l'architetto. Vincoli e posizione geografica obbligano lo studio JM Architecture ad allontanarsi dal linguaggio normalmente impiegato, caratterizzato da superfici candide, ampie vetrate e tetti piani. Per il rivestimento esterno, la scelta è ricaduta sul gres porcellanato, un unico materiale per pareti e tetto, in modo da evidenziare l'aspetto monolitico del nuovo volume. E anche qui entra gioco il dettaglio, rivela l'architetto: «Il rivestimento della facciata è molto particolare – dice - perché l'abbiamo disegnato lastra per lastra in modo che potesse rigirare sulla copertura ed essere tagliato a 45 gradi in tutti gli spigoli». Anche le persiane a libro sono studiate ad hoc, sono state pannellate con lo stesso materiale impiegato per le pareti, seguendo i medesimi allineamenti delle lastre in facciata. Chiuse le persiane, il volume «diventa un monolite, come fosse una roccia nel paesaggio». L'unica grande vetrata è a sud. Avendo costruito sul bordo del pendio la zona giorno antistante alla vetrata è affacciata sul paesaggio «quando si sta seduti nel soggiorno sembra di essere in volo più che appoggiati per terra perché non si percepisce il pendio sotto, si vedono solo il panorama e la valle» conclude il progettista.


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