Progettazione e Architettura

Post Expo - Massimo Alvisi (Alvisi Kirimoto+partners): «Un grande cantiere di ricerca su tecnologia ed efficienza»

Alessia Tripodi

«Riprendendo il tema dell'Esposizione 'Nutrire il pianeta' l'area Expo potrebbe diventare un grande orto botanico di tutti i prodotti del pianeta o anche un polo cognitivo dove fare ricerca sul futuro dell'alimentazione con l'obiettivo di ridurre il divario tra benessere alimentare e indigenza». Secondo l'architetto Massimo Alvisi, socio dello studio Alvisi+Kirimoto e tra i protagonisti del progetto di recupero delle periferie G124 voluto da Renzo Piano, le ipotesi per il post Expo debbono puntare sulla creazione di risorse sostenibili per l'alimentazione del pianeta, sui temi del confronto multiculturale, ma possono anche diventare occasione per fare ricerca sull'autocostruzione e sullo sviluppo di soluzioni per una progettazione ecosostenibile.

«Sarebbe ottimo se l'area dell'Esposizione diventasse un luogo che vive di energia propria, un complesso che alimenta se stesso» dice l'architetto, sottolineando che proprio «l'eventuale riutilizzo dei padiglioni - dice - dovrebbe puntare sull'efficienza energetica e sul basso impatto ambientale, trasformandoli in strutture "intelligenti" in grado, appunto, di sostenersi da sole». Anche se Alvisi nutre qualche dubbio sulla riconversione dei padiglioni: «Non so se quanto potranno essere riutilizzati - spiega - e credo che in alcuni casi, come già ipotizzato da qualcuno, sarebbe meglio riportarli nei luoghi di origine».
E riguardo alle raccomandazioni giunte da più parti - Cnappc in primis - sulla necessità di ricorrere ai concorsi di progettazione per la riconversione del sito dell'Expo, Alvisi dice: «I concorsi sono certamente un punto di partenza inalienabile, ma andrei oltre, puntando alla creazione di un polo cognitivo nel quale possano operare non solo gli architetti, ma anche gli ingegneri, i paesaggisti, gli agronomi e gli economisti».
Un grande laboratorio multidisciplinare, dunque, un «luogo di ricerca costante, aperto all'esterno» e soprattutto «un luogo lontano da qualsiasi tipo di marginalizzazione periferica, che integra ciò che ha intorno per diventare un grande cantiere di collaborazione».


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