Lavori Pubblici

Riforma appalti, «scappatoia» dalle aggregazioni per i piccoli interventi

Giuseppe Latour

Sarà possibile assegnare (senza passare da una centrale di committenza) gare fino a 150 mila euro sotto i 5mila abitanti, fino a 250mila euro tra 5mila e 15 mila abitanti e fino a 350mila euro oltre questa soglia

Un regalo ai piccoli Comuni, chiesto a gran voce sia dall'Anci che dalle Pmi dell'edilizia e dei servizi. La riforma degli appalti entra con decisione anche nella giungla delle centrali di committenza. E, guardando agli emendamenti presentati dai due relatori, punta in una direzione molto precisa: permettere alle amministrazioni più piccole di pubblicare bandi senza passare per forza dai famigerati soggetti aggregatori. I Comuni sotto i 5mila abitanti, se le modifiche saranno approvate dalla commissione Lavori pubblici del Senato, avranno mano libera fino alla soglia di 150mila euro di beni e servizi, contro gli attuali 40mila. Vengono così accolte le richieste del mercato, ma si rischia anche di annacquare il taglio delle stazioni appaltanti, invocato da tutti.

La soglia dei 40mila euro
Partiamo dalle norme esistenti. Tutto ruota attorno all'articolo 23 ter del decreto 90 del 2014. Qui si stabilisce che «i Comuni con popolazione superiore a 10mila abitanti possono procedere autonomamente per gli acquisti di beni, servizi e lavori di valore inferiore a 40mila euro». Si tratta di una norma che va letta insieme a quello che stabilisce il Codice appalti all'articolo 33 comma 3 bis. In sostanza, i Comuni non capoluogo devono passare necessariamente da soggetti aggregatori o da accordi per appaltare beni e servizi. Hanno, però, bisogno di spazi di manovra per gli acquisti minimi e urgenti. Così il decreto 90 gli concede, sopra i 10mila abitanti, di fare da soli al di sotto dei 40mila euro.

Le richieste di Anci e imprese
Questa soglia è stata oggetto di polemiche feroci per mesi, espresse anche nel corso delle audizioni sulla riforma appalti. Il primo motivo è che esclude migliaia di amministrazioni in tutta Italia: quelle sotto i 10mila abitanti, in base a queste regole, devono passare da una centrale di committenza anche per appalti di importo minimo. Il secondo motivo è che fissa, comunque, un limite troppo basso anche per quelle sopra i 10mila abitanti. Un'impostazione che non piace all'Anci, ma nemmeno alle imprese piccole e medie, preoccupate che migliaia di appalti piccoli vengano in qualche modo aggregati dalle centrali di committenza, tagliandole fuori. Comuni e imprese, allora, chiedono da tempo che tutto quello che si trova al di sotto di un milione di euro esca dal recinto delle centrali di committenza.

L'emendamento dei relatori
Da qui nasce un emendamento presentato dai relatori Marco Pagnoncelli (Fi) e Stefano Esposito (Pd), che punta a trovare una soluzione più equilibrata, muovendosi a metà strada tra il vecchio regime e le richieste del mercato. E che, di fatto, se dovesse essere approvato riformerebbe da subito il sistema con indicazioni parecchio dettagliate.
Viene, cioè, prevista una nuova griglia di obblighi sul fronte dei soggetti aggregatori. I Comuni non capoluogo di provincia saranno divisi in tre fasce, con possibilità di appaltare da soli sempre crescente e comunque più alta dei vecchi 40mila euro. Quelli al di sotto dei 5mila abitanti non dovranno passare dalla centrale di committenza se non sfondano la soglia dei 150mila euro. Tra i 5mila e i 15mila abitanti, invece, gli spazi di manovra sono completamente liberi fino a 250mila euro. Oltre i 15mila abitanti, infine, si appalta liberamente fino alla soglia di 350mila euro.

Gli interrogativi aperti
Resta un interrogativo su come saranno implementate queste novità. Uno degli imperativi della riforma è, infatti, la riduzione del numero di stazioni appaltanti: lo strumento principale di questo percorso è la centralizzazione delle committenze. L'innalzamento delle soglie tutela l'autonomia dei piccoli Comuni e salvaguarda pezzi importanti di mercato. Ma, allo stesso tempo, permette a moltissimi bandi di ignorare il circuito dei soggetti aggregatori. Il pericolo, in prospettiva, è che il taglio delle stazioni appaltanti resti, ancora una volta, solo sulla carta.


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